Mercoledì, 20 Novembre 2019
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Mafia a Palermo, eseguita la confisca agli eredi di Vincenzo Rappa: allo Stato beni per 200 milioni

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Da un lato la confisca dei beni del capostipite, dall'altro la restituzione di quelli che appartengono agli eredi. La decisione del tribunale di Palermo, sezione misure di prevenzione, sui beni dell’imprenditore Vincenzo Rappa arriva in queste ore a conclusione, con l'esecuzione del provvedimento emesso il 19 novembre scorso.

Vanno definitivamente nelle mani dello Stato ville storiche e interi palazzi nel capoluogo, per un valore di duecento milioni di euro.

L'operazione di oggi è della Dia di Palermo che ha così dato esecuzione ad un decreto di confisca nei confronti degli eredi di Vincenzo Rappa, deceduto nel 2009. La confisca è legata al solo patrimonio ereditato dai figli Filippo, Sergio e Maurizio. Non invece quelli dei nipoti Vincenzo Corrado e Gabriele, non considerati prestanome del nonno e restituendo loro tutti i beni sequestrati nel 2014.

Sigilli, quindi, per un totale di circa 200 milioni di euro all'intero capitale sociale e relativo compendio aziendale di 3 società di capitali (attive nel comparto delle costruzioni edilizie e nel campo finanziario),  di una società di persone, quote in partecipazioni societarie di una società di capitali, 183 immobili, un intero edificio di otto piani, rapporti bancari e disponibilità finanziarie.

Ma il "pezzo forte" della confisca riguarda alcuni edifici di altissimo valore storico-artistico, come il settecento Palazzo Benso, oggi sede del Tar di Palermo, in via Butera, angolo piazzetta Santo Spirito, confinante con la passeggiata delle Cattive e Palazzo Butera; Villa Tagliavia, al civico 123 di via Libertà, in pieno centro; e l’intero edificio, sempre a Palermo, in via Ugo La Malfa, sede regionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Vincenzo Rappa era stato condannato in via definitiva nel 2004 dalla Corte d’Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio aggravato.

Ad accusarlo anche una serie di storici collaboratori di giustizia del calibro di Angelo Siino, Giovanni Brusca, Vito Galatolo, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Francesco Onorato, Salvatore Cucuzza, Antonino Avitabile, Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Tullio Cannella, Antonino Galliano e Salvatore Lanzalaco.

Dalle loro dichiarazioni erano emersi i suoi legami con numerosi personaggi di spicco di cosa nostra come Raffaele Ganci, della famiglia della Noce; i Madonia della famiglia di Resuttana; i Galatolo dell’Acquasanta, la famiglia di Borgetto.

"L’intesa con cosa nostra - dicono gli investigatori della Dia - si sarebbe principalmente concretizzata nel versamento consapevole ad esponenti di spicco di quella consorteria mafiosa di ingenti somme di denaro, ottenendo, in cambio, la possibilità di realizzare importanti operazioni immobiliari, traendo indubbi vantaggi, sia nel settore dell’edilizia privata, che in quello dei pubblici appalti".

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