Domenica, 20 Ottobre 2019
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ARRESTATO PER OMICIDIO

Messinese nascondeva di avere l’Aids: ha contagiato diverse donne, morta la sua compagna

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L'inchiesta della Procura di Messina sulla morte dell'avvocatessa messinese per Aids, dopo un triste calvairo durato anni, è ad una svolta. I carabinieri della Sezione di polizia giudiziaria della Procura hanno arrestato il 55enne L.D.D., con l'accusa di omicidio. Secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti l'uomo era consapevole di essere sieropositivo. E' accusato anche di maltrattamenti in famiglia.

A un certo punto di questa tristissima storia i medici pensarono che la donna fosse “soltanto” anoressica, dopo aver ipotizzato diverse patologie. E invece la sindrome dell’Hiv aveva covato dentro di lei in silenzio per anni senza diagnosi, spezzandola in due. Fino alla morte. Una giornata di luglio del 2017. E lei per tanto tempo non ne sapeva nulla dell’Aids, del contagio, non pensava certo a questo quando si specchiava magra e avvilita senza forza per camminare con la bocca impastata dalla rabbia e dalla fame.

L’uomo, che aveva avuto una relazione di 4 anni con la donna pur sapendo di essere malato, come si evince dai referti medici poi acquisiti, si è rifiutato di avere rapporti protetti, mettendo incinta la compagna che non ha mai avvertito della patologia di cui era affetto. La vittima solo dopo molto tempo ha scoperto di aver contratto l’Hiv. I sanitari, infatti, hanno diagnosticato la malattia a distanza di anni dai primi sintomi. Una scoperta arrivata quando ormai le cure non avevano più alcun effetto.  Pur sapendo del suo stato e pur sapendo che la ex stava male, l'uomo non le ha mai confessato nulla, arrivando anzi a consigliarle di assumere integratori alimentari per risolvere i suoi problemi di salute. «Avrebbe avuto dieci anni per informarla ed inoltre era perfettamente a conoscenza che dal 2015 stava malissimo», ha raccontato la sorella della donna ai carabinieri. Dalle indagini è emerso che la prima moglie dell’indagato era morta di Aids già negli anni '90. Ma alle donne che ha incontrato successivamente l’uomo ha sempre mentito, raccontando che era deceduta per un tumore.

Le ragazze contagiate, oltre alla compagna morta, sarebbero almeno tre. Solo in un caso, però, i pm contestano all’indagato il reato di lesioni gravissime: negli altri non ci sarebbe la prova dell’intenzionalità del contagio.

Dietro tutto questo c’è il calvario di S.G., morta a 45 anni al Policlinico dopo due anni di sofferenze atroci. E la forza della sorella che da quel giorno vuole giustizia per cercare di trovare un po’ di pace.

Allo stato ci sono due inchieste in corso da parte della Procura, dopo le denunce presentate dalla donna per la morte della congiunta. Una riguarda due medici del Policlinico, che sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi d’accusa di omicidio colposo dal pm Roberto Conte. Il magistrato tra le sue carte ha già due consulenze tecniche. L’altra, dai risvolti inquietanti, riguarda l’ex compagno della donna deceduta per l’ipotesi di contagio del virus dell’Hiv. Ed è gestita dal procuratore aggiunto Giovannella Scaminaci. In sostanza si ipotizza che l’uomo, pur essendo consapevole di essere sieropositivo, ha avuto rapporto con la donna nascondendogli la malattia. Una tesi agghiacciante, che prefigura un “untore” in città il quale potrebbe addirittura aver “infettato” altre donne. La seconda indagine si evince tra le carte della prima, quando il pm scrive in uno degli atti «... premesso che si procede comunque separatamente in ordine alla condotta del soggetto che causò il contagio della G. e che in questa sede viene in rilievo la sola condotta dei medici che la ebbero in cura dal 2015».

La sorella che porta avanti questa battaglia per conoscere la verità non si rassegna. E racconta: «La morte di S. - dice -, è un grave caso di malasanità, oltre che determinata dal contagio del suo ex compagno. S. era inconsapevolmente affetta da Hiv da circa 10 anni, ma da giugno del 2015 si sentiva molto stanca ed iniziò inspiegabilmente a dimagrire». E prosegue nel racconto: «A determinare la dolorosa fine è stata inoltre una diagnosi effettuata troppo tardi, difatti per oltre un anno S., in cura all’Ematologia del Policlinico, poiché si temeva avesse una leucemia veniva curata semplicemente con vitamina B12, come fosse solo anemica. E poi la situazione fu aggravata da una diagnosi errata eseguita all’ospedale Papardo, da un reumatologo che, incautamente, le prescrisse immunosoppressori, che aggravarono il suo stato di immunodeficienza acquisita». Ancora un altro pezzo di storia: «Arrivò esangue, per eseguire trasfusioni, al reparto di Ematologia della Villa Salus, nell’agosto del 2016, dove le fu fatta la diagnosi, in soli 10 giorni, e dove subì un purtroppo inutile intervento perché si pensava che avesse un linfoma, invece era affetta da un’infezione “opportunistica”, dovuta all’azzeramento delle difese immunitarie. In meno di un anno, tanto passò dalla diagnosi alla morte, subì circa 10 ricoveri. Ho presentato denuncia - dice ancora la sorella -, e pretendo giustizia anche perché il caso di S. contribuisca a formare una nuova coscienza nei medici, alcuni dei quali attualmente, evidentemente, credono che una simile patologia sia riferibile solo ad omosessuali e drogati, ma così non è. Sono un avvocato, quindi soffro per la lentezza della giustizia, perché penso che in questo momento altre donne che hanno avuto rapporti con questo individuo, si potrebbero salvare se solo lo sapessero, ed a loro volta potrebbero avvertire le altre persone con cui hanno avuto rapporti, e che hanno potuto infettare».

«Per me e la mia famiglia - conclude amaramente -, il dolore non finirà mai, mia sorella era una stimata professionista, la persona più intelligente, perbene e bella dentro e fuori, che io abbia mai conosciuto, la sua sofferenza sarà la mia sofferenza per sempre. Non dimenticherò mai quando la vedevo incedere a fatica, vedevo mia sorella morire e non sapevo di cosa. Avrei fatto di tutto per salvarla. Attendo con fatica che la giustizia faccia il suo corso, solo allora forse comincerò a rassegnarmi alla sua morte e troverò un po’ di pace».

«Non sfugge che l’indagato ha con particolare spregiudicatezza taciuto a tutte le sue partners la sua condizione e con allarmante pericolosità ha preteso rapporti sessuali non protetti, mettendo a rischio l’altrui salute, per il proprio soddisfacimento sessuale. Le modalità con le quali, peraltro, ha non solo taciuto il suo stato alla compagna, ma pure l’ha fuorviata consigliandole integratori, pur potendosi rappresentare le conseguenze che la propria insensata condotta avevano provocato, rende oltremodo concreto ed attuale il pericolo di recidiva». Lo scrive il gip di Messina che ha disposto l’arresto dell’uomo di 55 anni accusato di omicidio e lesioni gravissime. Nonostante sapesse di avere l’Hiv ha nascosto la malattia e, rifiutandosi di avere rapporti protetti, ha contagiato almeno quattro donne, una delle quali è morta. «Le condotte contestate - scrive il gip nella misura cautelare - denotano, pertanto, una personalità criminale di assoluto rilievo, costituiscono l'indice di un pericolo di reiterazione dei reati che può, ad avviso di questo decidente, essere fronteggiata solo ed esclusivamente col carcere».

«Quale difensore dei familiari della vittima allo stato in attesa di poter leggere l’ordinanza custodiale posso solo prendere atto dell’arresto evidentemente frutto di approfondite indagini mosse dalle nostre denunzie e confermare piena fiducia nell’azione degli organi inquirenti». Lo scrive l’avvocato Bonni Candido.

 

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