Martedì, 01 Dicembre 2020
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LA TESTIMONIANZA

Mafia, l'autista di Falcone: "Racconto la verità omessa per 27 anni"

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Giovanni Falcone

«Quel 23 maggio del '92 Giovanni Falcone scese dall’aereo con la moglie, abitualmente lei si sedeva accanto al passeggero. Così fece quel pomeriggio. Lui si è posto alla guida per essere seduto accanto alla moglie. Io ero seduto dietro, centralmente. Durante il tragitto si diceva che lui non si sarebbe fermato a casa, aveva un incontro con altri
magistrati, mi invita a portare la moglie a casa e ci saremmo rivisti il lunedì mattina per riportarlo in aeroporto...».

Così l’autista di Giovanni Falcone, Giuseppe Costanza, davanti alla Commissione Antimafia. «Sono stato accanto a Falcone per 8 anni, entravo a casa sua, aveva i fascicoli anche a casa sua, li studiava anche in vestaglia. A volte mentre guidavo la testa gli ciondolava, chissà da quanto tempo lavorava, si rilassava così. È stato un uomo condannato senza aver commesso crimine per cercare di dare giustizia. oggi finalmente dico in questa Commissione una verità omessa per 27 anni: il tempo è galantuomo».

«È fatta: io sarò il procuratore nazionale antimafia prenditi il brevetto per l’elicottero». Sarebbe questa la frase riferita da Giovanni Falcone al suo autista Giuseppe Costanza, oggi ascoltato in Commissione Antimafia. Il particolare è stato reso noto mentre parte dell’audizione era secretata. Ma a riferirlo, nel corso delle domande dei commissari a Costanza, è stato il senatore Pietro Grasso.

«Presi servizio nel 1984 a Palermo all’ufficio Istruzione. Dopo una settimana di tirocinio il dottor Falcone mi chiese se ero disponibile a guidare la sua auto, domanda che mi stupì ma non più di tanto. Capii meglio quando si usciva: c'era una attenzione particolare nei suoi confronti, un elicottero, una macchina civetta e due volanti che aprivano e chiudevano il corteo», ha raccontato Costanza alla Commissione Antimafia presieduta dal senatore Nicola Morra.

L’autista ha ricordato poi il giorno dell’attentato all’Addaura: «Mi chiamò a casa comunicandomi i suoi spostamenti: mi disse che aveva due ospiti elvetici all’Addaura. Rientrai in servizio e come si faceva abitualmente scesi sulla
scogliera a bonificarla. Quel giorno si rinvenne un borsone con una muta da sub poggiata sopra, presente l’agente di polizia Roberto Lindari che incautamente ha aperto una cerniera. Venne rinvenuto un contenitore metallico e un altro collegato con fili: si capì subito che era una bomba e fu dato l’allarme. Il magistrato era incredulo e mi chiamò: cosa è? Lei l’ha vista? Finalmente si convinse».

L’artificiere fu bravissimo «e con una minicarica l’ha fatto brillare, ha aperto come se si fossero usate le chiavi, nulla fu distrutto», fu fatta saltare solo la serratura, non il dispositivo. Costanza ha detto che subito dopo quell'attentato stipulò  assicurazione «affinchè in caso di morte i miei avessero una assicurazione. Ma io nel 1992 ho subito l’attentato di Capaci e si pensava non ce la facessi a sopravvivere, eppure ma sono qui. La polizza andò perduta: valeva solo in caso di morte».

© Riproduzione riservata

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