Domenica, 08 Dicembre 2019
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LA SENTENZA

Processo Borsellino quater: ergastolo per Madonia e Tutino, prescrizione per Scarantino

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La strage di via D'Amelio

I giudici della Corte d’assise d’appello di Caltanissetta - presidente Andreina Occhipinti - nel processo d’appello del Borsellino quater ha condannato i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino all’ergastolo; 10 anni ciascuno ai falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta, reato prescritto per Vincenzo Scarantino.

Il verdetto è arrivato dopo circa sette ore di camera di consiglio. Confermata, dunque, la sentenza di primo grado dell’aprile 2017, come chiesto dalla procura generale guidata da Lia Sava. 

Madonia, capomafia palermitano della cosca di San Lorenzo, sarebbe stato tra i mandanti dell’attentato. Tutino, invece, avrebbe partecipato alla fase esecutiva della strage. I falsi pentiti sarebbero autori del clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage che ha portato alla condanna di nove innocenti, assolti poi nel giudizio di revisione. Le accuse dei falsi collaboratori di giustizia Pulci e Andriotta sono state fondamentali per le loro condanne: da qui la contestazione della calunnia. Stesso reato contestato a Scarantino al quale, però, in primo grado fu riconosciuta la circostanza attenuante di essere stato indotto a mentire. La concessione dell’attenuante ha comportato la prescrizione del reato.

A far crollare il castello di menzogne costruito attorno all’attentato è stato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che ha scagionato i nove accusati ingiustamente e indicato i veri responsabili della fase esecutiva della strage. Per il depistaggio sono sotto processo, in un giudizio ancora in primo grado, davanti al tribunale di Caltanissetta, tre poliziotti che facevano parte del pool investigativo che indagò sulla strage e che, secondo l’accusa, avrebbero imbeccato i finti pentiti.

«La conferma della sentenza di primo grado dimostra come, nell’ambito dei processi Borsellino uno e bis si sia consumato forse il più grave depistaggio della storia italiana». Ad affermarlo sono gli avvocati Vincenzo Greco e Fabio Trizzino, legali dei figli del giudice Paolo Borsellino, Lucia, Fiammetta e Manfredi dopo la sentenza del processo d’appello che ha condannato all’ergastolo, per l’attentato, i boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

«La sentenza di conferma di oggi consente di ritenere accertata la responsabilità di tutti gli imputati, ma resta ancora più di un vuoto dietro l’artificiosa gestione dei falsi collaboratori. Questo è un elemento altrettanto importante e che non può essere sottaciuto». Lo dice il sostituto procuratore generale di Caltanissetta Fabiola Furnari che ha rappresentato l’accusa al processo d’appello Borsellino quater. Imputati due boss condannati all’ergastolo e i due falsi pentiti Andriotta e Pulci che, con le loro menzogne, contribuirono a depistare le indagini sull'attentato. Entrambi oggi hanno avuto 10 anni. «Tra gli altri per Andriotta, pugliese di nascita - aggiunge il magistrato - apparentemente estraneo al contesto territoriale, evidentemente attratto dalla promessa di benefici premiali, colpiscono, in modo significativo, i dati acquisiti sulla preparazione e gestione della sua falsa collaborazione, connotata, come accertato, da un progressivo, preciso, studiato, adeguamento delle sue rivelazioni alle esternazioni di Scarantino, e con un obiettivo specifico, dalla posizione di quest’ultimo inscindibile, ed evidentemente inteso a nuocere, e non per pochi anni, all’accertamento della verità pur al prezzo della condanna di altri persino a vita».

La sentenza della Corte d’Assise d’Appello conferma un impianto accusatorio della Procura nissena e il procuratore generale Lia Sava parla di «ulteriori sviluppi delle indagini e la possibilità di arrivare a un Borsellino quinquies». Spiega: «E' stata confermata l’impostazione della sentenza di primo grado, sono state accolte tutte le richieste costruttive della procura generale di Caltanissetta». E ha aggiunto: «La sentenza conferma l’impianto e la ricostruzione fatta sia dalla procura di Caltanissetta in primo grado, poi recepita e ampliata. Adesso leggeremo le motivazioni di questa sentenza di secondo grado. Ma tutto fa pensare che l’impianto solido della sentenza di primo grado sia stato in toto recepito».

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