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ALL'ARENELLA

Mafia a Palermo: arrestato il fratello della vedova di Vito Schifani, agente ucciso a Capaci

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Giuseppe Costa

Tra le persone arrestate oggi dalla Dia di Palermo nell’ambito dell’operazione antimafia "White Shark" c'è anche Giuseppe Costa, 48 anni, fratello di Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, uno dei tre agenti di scorta morto con Giovanni Falcone morto e Francesca Morvillo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Secondo gli investigatori della Dia e i magistrati della Dda di Palermo, Costa si sarebbe occupato di riscuotere il pizzo nella borgata dell’Arenella controllata dagli Scotto.

Scrive il gip di Palermo, Roberto Riggio, nell’ordinanza di custodia cautelare: «Per avere fatto parte della famiglia mafiosa di Vergine Maria, mantenendo rapporti con esponenti mafiosi di altre famiglie, nell’interesse primario dell’organizzazione mafiosa; per avere organizzato e coordinato attività estorsive, nonchè atti estorsivi nei confronti di imprenditori/commercianti della zona; per avere provveduto al mantenimento degli affiliati detenuti ed alla corresponsione pro quota ei proventi dell’associazione mafiosa».

Il ricordo della strage di Capaci resta legato alla sua immagine: una giovane donna in lacrime, appena rimasta vedova, che non riesce a seguire il "copione" suggerito dal sacerdote che le sta accanto. E durante i funerali di Giovanni Falcone e dei tre agenti della scorta, in una chiesa stracolma e disperata, rivolgendosi ai mafiosi che le hanno ucciso il marito urla «io vi perdono ma vi dovete inginocchiare».

Rosaria Schifani, vedova di Vito Schifani, saltato in aria su una montagna di tritolo il 23 maggio del 1992, è diventata l'emblema del dolore di una intera nazione. Oggi, a distanza di 28 anni dall’attentato, si torna a parlare di lei e della sua famiglia perché tra gli arrestati nel blitz della Dia che ha riportato in cella il boss palermitano Gaetano Scotto c'è suo fratello, Giuseppe Costa, ufficialmente muratore, di fatto, dicono gli investigatori, riscossore del pizzo per conto del clan. La notizia circolata come indiscrezione in giornata è stata confermata in serata dagli inquirenti.

Giuseppe Costa è accusato di associazione mafiosa: sarebbe affiliato alla famiglia di Vergine Maria. Per conto della cosca avrebbe tenuto la cassa, gestito le estorsioni, «convinto» con minacce le vittime - imprenditori e commercianti - a pagare la "tassa" mafiosa, assicurato alle famiglie dei mafiosi detenuti il sostentamento. Ristoranti, negozi, concessionarie di auto, imprese: nel quartiere pagavano tutti e Costa sarebbe stato tra i collettori del pizzo. Gli inquirenti lo descrivono come pienamente inserito nelle dinamiche mafiose della «famiglia», tanto che, alla scarcerazione del boss della zona, Gaetano Scotto, per rispetto al padrino invita le sue vittime a dare il denaro direttamente a lui.

L’indagine fotografa anche il ruolo di vertice che Scotto aveva riconquistato nel clan. Già accusato di mafia, il boss è ora parte civile nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Accusato ingiustamente da falsi pentiti fu condannato all’ergastolo e poi scarcerato. Oggi siede come vittima davanti ai tre poliziotti accusati di aver depistato l'indagine. Nel blitz di oggi è stato coinvolto anche il fratello Pietro, tecnico di una società di telefonia, anche lui accusato nell’inchiesta sull'uccisione di Paolo Borsellino. Per la polizia aveva captato la chiamata con cui il magistrato comunicava alla madre che stava per andare a farle visita nella sua abitazione di via D’Amelio davanti alla quale fu piazzata l'autobomba.  Pietro Scotto, condannato in primo grado, era stato poi assolto in appello.

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