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Mafia a Palermo, le intercettazioni inchiodano il fratello della vedova Schifani: "Esattore per conto dei boss"

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Giuseppe Costa

Gli inquirenti non hanno dubbi. Giuseppe Costa, detto «Pinuzzu u chieccu (balbuziente ndr)», fratello di Rosaria Costa, moglie del poliziotto Vito Schifani ucciso nella strage di Capaci insieme al giudice Falcone, «è un componente della famiglia mafiosa di Vergine Maria svolgendo le funzioni di esattore delle richieste estorsive destinandole ai carcerati».

È quanto si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Roberto Riggio, che ieri è sfociata nell’arresto di 8 affiliati alla cosca dell’Arenella tra i quali lo stesso fratello della vedova Schifani che durante i funerali del marito pronunciò dal pulpito la frase divenuta simbolo della ribellione alla mafia: «io vi perdono, ma voi dovete inginocchiarvi».

Rosaria Costa, che si è rifatta una vita e oggi abita in Liguria, in un’intervista al Corriere della Sera dice di essere distrutta dalle rivelazioni sul fratello «che non vedo da due anni e con il quale avevo rapporti rarissimi». E lancia un altro anatema, rivolto questa volta al congiunto. «Inginocchiati tu, Pino, mio Caino, fratello traditore». «È come se fosse morto ieri», aggiunge la donna.

A inchiodare Giuseppe Costa sono le intercettazioni ascoltate «in diretta» dagli investigatori della Dia. È proprio con «Pinuzzu» che Francesco Paolo Scotto, accusato dal fratello Gaetano di avere intascato parte dei proventi illeciti del pizzo a lui destinati, ha un «chiarimento». Una conversazione captata grazie alla microspia piazzata nella Merdeces di Scotto. Il 7 agosto del 2016 i due sono fermi davanti alla casa di Costa.

E in quell'occasione il fratello della vedova Schifani chiede: «chi si è fottuto sti soldi? Chi ti sta accusando». La risposta di Scotto lascia trapelare tutta la sua irritazione: «Come chi? Mi stai accusando tu. Mio fratello, i miei fratelli..», facendo riferimento in particolare a Gaetano, ritenuto dagli inquirenti il boss dell’Arenella, in quel momento detenuto.

Che «Pinuzzu u chieccu» fosse uno dei referenti della famiglia emerge anche da un’altra intercettazione ambientale, all’interno del pub White club. È il primo settembre del 2016 e Gaetano Scotto, appena scarcerato, parla con il nipote Antonio Rossi delle persone alle quali è stata affidata, in sua assenza, la gestione della famiglia dell’Arenella facendo riferimento anche a Giuseppe Costa.

Quest’ultimo, come emerge da altre intercettazioni, sarebbe tra i responsabili della tentata estorsione ai gestori della discoteca il Moro, uno dei locali più noti di Palermo. Scrivono i magistrati nell’ordinanza: «alla luce di tutti gli elementi sopra esaminati deve concludersi per la piena intraneità di Giuseppe Costa all’interno della famiglia mafiosa: senza dubbio Costa si è prodigato da anni, in contatto con i fratelli Scotto e altri affiliati, per raccogliere proventi illeciti, anche al fine di mantenere in carcere Gaetano Scotto».

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