Mercoledì, 08 Aprile 2020
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IL CORDOGLIO

La morte di Fahdi, il rifugiato che viveva a Messina: "Perdonami fratello, che non ero con te"

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«Passa alla misericordia di Dio, mio fratello, Fares Sultan». «Siamo di Dio e a lui torniamo. Fares Sultan è morto. Oh, Dio, perdonalo e abbi pietà di lui caro e perdonami fratello, Dio sa che non sono stato con te, che Dio abbia misericordia di te e mi perdoni...». Aveva una grande famiglia in Libia, Fares Abdulaziz Sultan, dieci tra fratelli e sorelle, che ora esprimono cordoglio per la sua morte, pubblicando nelle loro pagine Facebook le pagine della Gazzetta del Sud.

Lui, che abbiamo conosciuto con il nome di Fahdi, si sentiva spesso con la mamma e gli altri familiari rimasti a Tripoli. Negli ultimi giorni non aveva più dato notizie. Nessuno aveva saputo del suo ricovero. Nella giornata di ieri hanno avuto la conferma che Fares-Fahdi si è spento sabato mattina, nel reparto di Rianimazione dell'ospedale Piemonte, a seguito delle conseguenze letali di una polmonite. E ieri è arrivato a Messina il console libico per informarsi dell'accaduto. Nel frattempo, l'imam Mohamed Refaat è stato autorizzato dalla famiglia per procedere al rito funebre secondo la religione islamica e poi la salma del giovane 23enne sarà trasportata in aereo a Tripoli.

Fares-Fahdi era ospitato a Villa Maria, il Centro di accoglienza straordinaria gestito dai Rogazionisti. Il direttore della struttura, padre Adriano Inguscio, sottolinea che è stato fatto di tutto per assicurare cure e assistenza al ragazzo. «Ci dispiace moltissimo - afferma -, lui come gli altri era uno dei “figli di Sant'Annibale”, i nostri Centri si prendono cura di giovani come lui. Fares non era facile da gestire, non voleva sottostare alle regole della Casa, aveva un carattere ribelle, segnato sicuramente dalle vicende vissute prima di arrivare qui a Messina. Noi abbiamo cercato di convincerlo che poteva essere curato, che si poteva anche alzare prima o poi dalla carrozzina, ma doveva sottoporsi alle cure necessarie e lui non ha mai voluto. Ci sono tutti i documenti che attestano quante volte ha rifiutato il ricovero o è andato via dopo poche ore, firmando la lettera di dimissioni, essendo maggiorenne. Stavamo completando l'iter per assicurargli l'indennità di disabilità, ci siamo presi cura di lui, ma non era un recluso, aveva libertà di azione, e quasi sempre stava fuori, fino a tardi, tanto che spesso ho mandato personalmente di notte volontari e collaboratori a recuperarlo. È ingiusto affermare che sia morto completamente solo. Noi abbiamo cercato di stargli vicino. Era un ragazzo difficile, siamo profondamente rattristati per la sua morte».

E sulla scomparsa del giovane libico interviene anche il consigliere comunale Alessandro Russo: «La triste notizia della morte di Fahdi lascia l'amaro in bocca e la sensazione di avere tutti una parte di responsabilità in una fine così precoce e così ingiusta. Questo giovane era ospite di Messina, era ospite di tutti noi. Ospite di una città che, sul mare, ben conosce i valori dell'accoglienza. Ed è al cuore di questa città che la morte di Fahdi colpisce direttamente: la sua morte ci impoverisce e ci mortifica perché, ognuno di noi, ciascuno nella sua piccola porzione di responsabilità civile, non ha saputo leggere negli occhi di quel ragazzo, non ha saputo cogliere la sua estrema voglia di vita, non ha voluto intendere la sua disperazione, la sua solitudine e, infine, la sua stessa malattia.

Queste notizie dovrebbero interrompere la routine di ogni giorno per farci fermare a riflettere sul perché, presi dalla banalità del quotidiano, non riusciamo più a superare l'immediatezza della propria zona di comfort. Se solo avessimo alzato gli occhi per un istante, ci saremmo accorti che Fahdi chiedeva di essere riconosciuto, di essere ammesso nella nostra città, di essere percepito come un piccolo granello di umanità, con le sue aspirazioni, la sua voglia di affermarsi e di crescere, la sua vivacità. Chiedo scusa a Fahdi, un ragazzo morto a ventitré anni nella più totale indifferenza della città e della politica. Abbiamo fallito in tanti, con la morte di Fahdi. Ora il minimo che si possa fare è destinare a lui una sepoltura degna e soprattutto restituirgli giustizia, cercando di capire come sia possibile che, pur affidato al nostro sistema di accoglienza, si possa morire così a ventitré anni».

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