Martedì, 27 Ottobre 2020
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DIVIETI E LIMITAZIONI

Roma, Palermo, Messina: la guerra di decreti e ordinanze sul Coronavirus

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Festivi sì, festivi no. Consegne a domicilio, anzi no. Aperture a metà, ma col coprifuoco. Profumerie vade retro. Passeggiate? Niente passìo e nemmeno babbìo. In oltre un mese e mezzo di “dippiciemme”, ordinanze, circolari e chi più ne ha più ne metta, ci si è ritrovati in un labirinto di provvedimenti – spesso contraddittori – nel quale solo il più ferrato degli azzeccagarbugli avrebbe trovato la bussola per orientarsi. Ieri la chiusura del cerchio: con l’ordinanza numero... (ci arrendiamo, abbiamo perso il conto), finalmente sembra esserci una linea univoca tra le disposizioni di presidente del Consiglio dei ministri, presidente della Regione Siciliana e sindaco di Messina.

Il balletto di inizio marzo. La carrellata la iniziamo con l’ordinanza firmata l’8 marzo dal governatore siciliano Nello Musumeci: i concessionari di servizi di trasporto aereo, ferroviario e navale sono obbligati a mettere a disposizione di forze dell’ordine e Regione «i nominativi dei viaggiatori» rientrati dalle zone rosse. Di fatto nasce la banca dati regionale, quando ancora quella che un mese dopo avrebbe acceso su De Luca i riflettori di Viminale, Consiglio di Stato e tv nazionali, non era nemmeno in embrione. L’11 marzo è una data chiave: in mattinata il Governo nazionale anticipa all’Anci, l’associazione dei sindaci italiani, che in serata sarebbe stato emanato un decreto di Conte con nuove misure restrittive. De Luca gioca d’anticipo e nel pomeriggio firma la sua, di ordinanza, con validità post-datata (alle 21 del 13 marzo). Come gli assegni. In pratica il sindaco chiude tutto, tranne supermercati, panifici e farmacie (senza limitazioni d’orario). In serata arriva il famoso Dpcm, che indica con precisione quali attività devono chiudere e quali no. E il 13 marzo, prima dell’ora X, De luca fa marcia indietro e si allinea al Dpcm, decidendo però – al contrario di gran parte degli altri comuni – di aprire i negozi di generi alimentari dalle 7 alle 18 e i pochi altri autorizzati dalle 8 alle 14.

Niente passeggiate. Passa qualche giorno e il balletto si sposta su un’altra “pista”. Il 18 marzo l’ennesimo provvedimento di De Luca, in piena ipertrofia da ordinanze: divieto assoluto di passeggio o attività sportiva in luogo pubblico (con tanto di elenco delle zone della città, praticamente tutte). Il giorno dopo, il 19 marzo, è Musumeci a ribadire che «è vietata la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, anche in forma individuale». Il giorno dopo ancora, siamo al 20 marzo, ecco un’ordinanza del ministro della Salute: «Resta consentito svolgere individualmente attività motoria in prossimità della propria abitazione, purché comunque nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona». E qui gli azzeccagarbugli iniziano ad andare in tilt. Il tema tornerà d’attualità poche settimane dopo. Il 31 marzo a complicare le cose ci pensa una circolare del Viminale: a un genitore viene consentito di portare con sé un figlio per una breve passeggiata. A Musumeci, però, tutto ciò non piace: il 1. aprile e poi di nuovo il 3 si fa chiarezza: niente attività motorie «all’aperto di minori accompagnati da un genitore».

Ordinanze revoca-ordinanze. In ventriquattr’ore succede di tutto. Il 20 marzo De Luca ordina all’Asp (ma non potrebbe, l’Asp non è soggetta al suo potere istituzionale) di garantire attività h24 nei laboratori per le analisi dei tamponi. Il 21 marzo il dietrofront, ordinanza revocata. «L’assessore regionale alla Salute Razza – si legge nella motivazione – ha comunicato per le vie brevi al sindaco che la città di Messina è stata autorizzata alla validazione dei risultati del test tampone». Si fossero sentiti prima, per le vie brevi... Della banca dati dello Stretto si è detto già tutto. Le prove generali il 24 marzo, con una prima ordinanza che impone l’obbligo di prenotazione 24 ore prima del passaggio sui traghetti. Il 26 marzo l’ordinanza che istituisce la banca dati. Il 5 aprile l’ordinanza che la modifica. Il 7 aprile l’ordinanza che la revoca. Nel mezzo, una raffica di “pistolettate di Stato” che nemmeno il Sergio Leone dei tempi d’oro sarebbe stato così cruento.

Commercio, che caos. Il 23 marzo De Luca decide che il Dpcm dell’11 marzo è troppo permissivo. Con un colpo di penna una serie di attività, che per legge di Stato potrebbero rimanere aperte, vengono chiuse: negozi di computer, di elettronica, ferramenta, profumerie, ottici, prodotti per la casa e per l’igiene personale. Il 2 aprile il sindaco ci ripensa: sì alla vendita al dettaglio di articoli di profumeria, prodotti per l’igiene personale, detersivi, eccetera eccetera. Ma forse è un po’ troppo, così il 3 aprile arriva l’ordinanza “terra di mezzo”: sì agli articoli per l’igiene, no alle profumerie. Il 13 aprile finalmente su le saracinesche: ottici, ferramenta, librerie, le famigerate profumerie. Ma dalle 8 alle 14, non esageriamo.

Festivi, ma non per tutti. Il 3 aprile irrompe Musumeci: anche i supermercati e i panifici devono chiudere la domenica. Il 4 aprile De Luca si adegua, «pur non condividendo», ci tiene a specificare. L’8 aprile però modifica parzialmente il coprifuoco: dal giovedì al sabato supermercati e panifici possono rimanere aperti fino alle 20. «Le limitazioni all’orario di apertura nei giorni feriali – si legge – ha dato causa a rallentamenti (...) e a lunghe code», col rischio di «formazione di pericolosi assembramenti». Chi l’avrebbe mai detto...

Proprio l’8 aprile Musumeci rilancia: niente consegne a domicilio nei festivi, mentre il sabato della vigilia di Pasqua, dice una circolare della Protezione civile, i negozi di generi alimentari possono rimanere aperti fino alle 23. De Luca non ci sta: non si può andare oltre le 20! E soprattutto (ordinanza dell’11 aprile) a Pasqua e Pasquetta, dalle 9 a mezzogiorno, si possono fare consegne a domicilio, «misura che deve essere favorita ed incrementata».

Il 18 aprile, dopo il nuovo Dpcm romano (quello della proroga delle misure fino al 3 maggio), Musumeci allarga le maglie: sì alle consegne a domicilio nei festivi. Ma stavolta è De Luca a dire no (ma la misura non doveva essere «favorita e incrementata»?), tanto da multare chi lo fa domenica 19. Da ieri, però, regole uguali per tutti. Anzi, dalla mezzanotte del 25 aprile. Chissà perché, poi.

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