Martedì, 27 Ottobre 2020
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L'INCHIESTA

La morte del parà siciliano Scieri, la procura: "Ucciso a botte da tre caporali"

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Emanuele Scieri

Picchiato da tre caporali perché sorpreso a telefonare di notte in caserma. Costretto ad arrampicarsi sulla torre usata per il ripiegamento dei paracadute e fatto precipitare. Lasciato agonizzante per terra quando, se soccorso, si sarebbe potuto salvare.

Così, secondo la procura generale militare di Roma, sarebbe morto il 13 agosto 1999 Emanuele Scieri, l’allievo parà della Folgore, 26enne di Siracusa, il cui corpo viene rinvenuto tre giorni dopo, il 16 agosto, nella caserma 'Gamerra' di Pisa, sede del Centro addestramento paracadutisti.

«Fu un omicidio», sostiene il procuratore generale Marco De Paolis, che ha chiuso le indagini e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dei tre presunti responsabili: Andrea Antico, 41 anni, originario di Casarano (Lecce), oggi in servizio presso il 7/o Reggimento Aves di Rimini; Alessandro Panella, 41 anni, residente a San Diego, in California, ma domiciliato a Cerveteri (Roma); Luigi Zabara, 43 anni, nato in Belgio e residente a Castro dei Volsci (Frosinone).

Antico è l’unico ancora militare. Il reato contestato è «Violenza ad inferiore mediante omicidio pluriaggravato, in concorso». «Siamo rincuorati da questa notizia. Noi da anni aspettiamo solo verità e giustizia», è il commento di Isabella Guarino, la mamma di Emanuele. La ricostruzione della procura generale militare è agghiacciante.

I tre caporali sono accusati di aver «cagionato con crudeltà la morte dell’inferiore in grado», sorpreso a fare una telefonata poco prima di rientrare in camerata. È la notte del 13 agosto 1999, «tra le 22.30 e le 23.45». I tre lo fermano e, dopo avergli detto che era vietato telefonare, prima lo costringono a «effettuare numerose flessioni sulle braccia».

«Mentre le eseguiva - si legge nell’avviso di conclusione indagini - lo colpivano con pugni sulla schiena e gli comprimevano le dita delle mani con gli anfibi, per poi costringerlo ad arrampicarsi sulla scala di sicurezza della vicina torre di prosciugamento dei paracadute, dalla parte esterna, con le scarpe slacciate e con la sola forza delle braccia».

Mentre Scieri stava risalendo, «veniva seguito dal caporale Panella che, appena raggiunto, per fargli perdere la presa, lo percuoteva dall’interno della scala e, mentre il commilitone cercava di poggiare il piede su uno degli anelli di salita, gli sferrava violentemente un colpo al dorso del piede sinistro; così facendo, a causa dell’insostenibile stress emotivo e fisico subìto, provocato dai tre superiori, Scieri perdeva la presa e precipitava al suolo da un’altezza non inferiore a 5 metri, in tal modo riportando lesioni gravissime».

Ma non mortali. Si sarebbe potuto salvare, se soccorso, ma i tre «lo abbandonavano sul posto agonizzante». I tre ex caporali sono indagati per omicidio anche dalla procura di Pisa, che nell’agosto 2018 fece mettere ai domiciliari Panella, per il rischio che potesse fuggire negli Usa (ora ha l’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria).

Dopo due archiviazioni, sia della procura ordinaria sia di quella militare, nel 2001 e nel 2004, le indagini furono infatti riaperte dai magistrati di Pisa, su richiesta della Commissione parlamentare di inchiesta che per due anni - tra la fine del 2015 e la fine del 2017 - indagò sulla vicenda. Indagato, per false dichiarazioni al pm, anche il generale Enrico Celentano, all’epoca comandante della Folgore.

Nel settembre 2019 anche la Procura generale militare ha aperto un procedimento, dopo aver avocato le indagini: l’inchiesta si è ora formalmente conclusa. Tra i due uffici giudiziari (Pisa è in attesa dei risultati di una perizia sulle lesioni riportate da Scieri) si profila dunque un conflitto di giurisdizione, che probabilmente dovrà essere sciolto dalla Corte di Cassazione.

«Sono anni che aspettiamo. È una notizia che ci rincuora e ci da fiducia nella giustizia. Si può partire da questo punto, ma siamo solo all’inizio. Ci auguriamo adesso che chi sta procedendo lo faccia con la stessa determinazione fino alla fine», dice Isabella Guarino, la mamma del giovane parà. «Abbiamo motivo di credere che si possa arrivare finalmente ad avere giustizia. E noi sin dall’inizio, insieme a mio marito, abbiamo chiesto solo questo, verità e giustizia».

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