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IL CASO

Antoci: "Il mio attentato è stato studiato scientificamente, poi mascariamenti e depistaggi"

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L'ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci

«Il mio è stato “un attentato studiato scientificamente. Ma per qualcuno non basta, bisognava morire. Depistaggi e mascariamenti sono cominciati come nella migliore tradizione siciliana». L'ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, a Roma, in audizione alla Commissione parlamentare nazionale di inchiesta sul fenomeno delle mafie, è stato ascoltato in merito all'attentato subìto nel 2016.

«La Direzione distrettuale antimafia di Messina - ha affermato Antoci dinanzi ai parlamentari che lo ascoltavano - ha affidato alla polizia scientifica le indagini usando una tecnica innovativa per studiare l'attentato sui Nebrodi. Perizia che ha confermato che tutto ciò è compatibile con quanto dichiarato da chi è stato coinvolto nell'agguato».

«Sono stati anni difficili per me e per la mia famiglia - ha quindi proseguito - costretta a vivere una situazione di sicurezza complicata e ad avere la casa costantemente presidiata dall'Esercito. Ma sono stati anche anni di soddisfazioni, perché le procure hanno attivato i controlli in base al “Protocollo di legalità” impedendo che, come accadeva prima, i fondi europei finissero a esponenti importanti delle famiglie mafiose».

L'ex presidente del Parco dei Nebrodi, ha quindi puntato l'indice verso la Commissione parlamentare antimafia della Sicilia: «La commissione regionale antimafia si occupa della modalità dell'agguato con un metodo sorprendente - ha segnalato - sostituendosi alla magistratura, insinuando dubbi e interrogativi addirittura in contrasto con i documenti dell'autorità giudiziaria. Sono rimasto deluso - ha aggiunto - dalle dichiarazioni fatte dal presidente della Commissione (Claudio Fava, ndc) dove definisce le modalità dell'attentato stravaganti; prima dell'audizione il presidente sembrava già convinto delle sue tesi. Io e gli uomini della scorta quella stravaganza ce la porteremo per tutta la vita. È umiliante sentire queste parole».

Poi, parlando sempre di Fava, rincara la dose: «Il silenzio del presidente della Commissione dopo gli arresti del 15 gennaio scorso contro la mafia dei terreni dei Nebrodi è stato un brutto segnale. Chiedere scusa è un atto di grande valore. Scusa non solo a me ma a tutti gli uomini della scorta, alla mia famiglia, ai magistrati e agli uomini delle forze dell'ordine e a chi non c'è più come il dottor Granata. Qualcuno dice che il presidente Fava anche uscendo da qui non ha chiesto scusa, allora dico io scusa per l'ignobile spettacolo dato ai cittadini, scusa per non essere morto quella notte con gli uomini della mia scorta. Se io fossi morto sono certo che ogni 18 maggio qualcuno sarebbe stato davanti alla lapide usando parole roboanti. So che non sono l'unico ad avere ricevuto fango».

Antoci, dicendosi più volte deluso, ha poi così riflettuto: «Cosa penserà un amministratore che decide di denunciare, che è meglio non farlo per non rischiare la solita delegittimazione e mascariamento? La verità arriva sempre, anche se provoca tanto dolore. Una verità - ha affermato nel suo intervento - che qualcuno ha voluto sporcare».

«La relazione della Commissione regionale antimafia della Sicilia - ha quindi concluso Antoci - non solo ha procurato a me, alla mia famiglia e ai miei collaboratori un'enorme sofferenza ma ha anche sovraesposto la mia sicurezza e quella dei mei familiari. Un pericolo ulteriormente cresciuto, come detto, dopo la grande operazione del 15 gennaio contro la cosiddetta “mafia dei terreni».

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