Sabato, 25 Settembre 2021
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IL CASO

Sesso virtuale con minori, ecco come Don Vincenzo li contattava. Indagati non rispondono al gip

I ragazzini lo chiamavano «don Vincè» ed al telefono con lui si dilungavano parecchio. Ma non era certo, sostiene l’accusa, per confidarsi con il prete. Facevano altre cose, riprese e filmati hard che il sacerdote avrebbe pagato con ricariche Postepay. Un giro torbido scoperto grazie alle intercettazioni dai carabinieri della compagnia di Termini e dalla Procura di Palermo che dopo 3 mesi di indagini hanno condotto in cella padre Vincenzo Esposito, 63 anni, nato a Caltavuturo e adesso parroco a San Feliciano Magione in provincia di Perugia.

Agli arresti domiciliari è finita la madre di due delle presunte vittime del prete, della quale non pubblichiamo nome e cognome per tutelare le identità dei giovani, entrambi minorenni (17 anni) all’epoca dei fatti. Gli indagati rispondono di prostituzione minorile: il sacerdote perché avrebbe remunerato i giovani per ottenere i video, la madre perché sarebbe stata perfettamente a conoscenza di ciò che facevano i figli, incassando parte del denaro sborsato dal prete. In questa storiaccia sono coinvolti un paio di altri giovani di Termini e del circondario, anche loro per gli investigatori finiti nel giro del prete, individuati con le registrazioni telefoniche scattate lo scorso aprile sul cellulare di don Vincenzo. Quest’ultimo adesso si trova nel carcere di Spoleto, la madre dei due giovani invece è ai domiciliari nella sua abitazione di Termini.
«La compiuta identificazione dell’indagato - scrive il gip Fabio Pilato -, avveniva grazie all’accertamento sull’utenza a lui in uso ed utilizzata per contattate i minori oltre che dai numerosi riferimenti fatti nel corso delle conversazioni, sia dalle vittime che lo chiamavano “Padre Vincè”, sia dallo stesso Vincenzo Esposito che faceva esplicitamente riferimento alla sua funzione di parroco ed alla circostanza di essere residente nelle vicinanze di Perugia ovvero a San Feliciano Maggiore».
Stando alla ricostruzione dell’accusa il sacerdote «con cadenza e frequenza giornaliera» era solito contattare ragazzi minorenni di Termini Imerese e delle zone limitrofe con i quali faceva delle videochiamate a sfondo sessuale mediante le applicazioni whatsapp o messenger. I minori, scrivono ancora gli inquirenti, compivano «atti di autoerotismo dietro la promessa e corresponsione di somme di denaro che poi vengono caricate dall’indagato su carte Postepay in uso ai minori».
Il sistema, spiegano gli investigatori, era molto semplice. Consistevano in un iniziale accordo telefonico cui seguiva la videochiamata e il pagamento. Oppure, sempre utilizzando le stesse applicazioni, il parroco si faceva inviare dei video nei quali gli interlocutori compivano atti di autoerotismo o si mostravano senza vestiti.
Per trovare un riscontro alle accuse, i carabinieri hanno svolto anche degli accertamenti bancari. Secondo la Procura è emersa la corrispondenza tra la data della videochiamata e il versamento delle somme da parte del prete. La madre arrestata invece avrebbe trattenuto per sé una parte dei proventi versati dal sacerdote sulla sua Postepay e «inducendo e invogliando il figlio a chiamare e contattare».

Non rispondono al gip

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere il prete e la madre di una delle vittime arrestati con l’accusa di induzione alla prostituzione dopo le indagini condotte dai carabinieri di Termini Imerese coordinati dalla procura di Palermo. L’interrogatorio si è tenuto in remoto davanti al gip Fabio Pilato e al pm Ludovica D’Alessio del pool fasce deboli coordinato dall’aggiunto Laura Vaccaro. Il prete difeso dall’avvocato Renato Vazzana collegato dal carcere di Spoleto si è avvalso della facoltà di non rispondere. Lo stesso la donna che si trova ai domiciliari, difesa dall’avvocato Giuseppe Minà. L’indagata era collegata nella caserma dei carabinieri di Termini Imerese.

 

 

 

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