Giovedì, 21 Ottobre 2021
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LA CONDANNA

Mafia, stragi di Capaci e via d'Amelio: le motivazioni dell'ergastolo a Messina Denaro

«La decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza»
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Matteo Messina Denaro

Depositate alla cancelleria della Corte d’assise di Caltanissetta le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo contro Matteo Messina Denaro, ritenuto tra i mandanti delle stragi del 1992 di Capaci e via d’Amelio. Il dispositivo era stato emesso nell’ottobre del 2020, adesso, dopo dieci mesi il collegio, presieduto dal giudice Roberta Serio, ha provveduto a depositare le motivazioni.

«La decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza», aveva detto nel corso della sua requisitoria il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci, che ieri si è insediato alla guida della procura di Trapani, ritornando nel capoluogo di provincia dopo l’esperienza degli anni novanta. Il latitante è stato difeso d’ufficio dall’avvocato Giovanni Pace, sostituito in aula dal collega Salvatore Baglio.

Nel corso del processo il magistrato aveva ripreso alcuni dei filoni investigativi sviluppati a Trapani, soprattutto nel processo 'Omega', riconoscendo una nuova chiave di lettura in seguito alle dichiarazioni dei collaboratori, tra cui Gaspare Spatuzza, e le intercettazioni in carcere di Totò Riina, in cui diceva «l'ho cresciuto sulle mie gambe».

Nei mesi scorsi, in seguito a una rilettura di queste intercettazioni, si è ipotizzata una presenza di Matteo Messina Denaro - indicato dal capo dei corleonesi come 'quello della luce' - nel commando che attuò l’attentato del giudice Paolo Borsellino di via Mariano d’Amelio, su cui la procura di Caltanissetta «sta valutando la consistenza dello spunto».

Il latitante originario di Castelvetrano, che all’inizio degli anni novanta aveva ereditato dal padre, il vecchio don Ciccio, il vertice della mafia trapanese, era già stato condannato all’ergastolo per le stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano in cui morirono dieci persone e non era mai stato processato per le bombe che causarono la morte dei magistrati Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e otto agenti delle scorte.

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