Martedì, 31 Gennaio 2023
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PROTEZIONE TESTIMONI

Maltrattamenti alla moglie con metodo mafioso, quello di Gela è il secondo caso in Italia

L’uomo è accusato, in concorso con le due sorelle e la madre. La donna e la figlia sono in una località protetta

Picchiava la moglie, la maltrattava con l’aiuto delle sorelle, e nel farlo è stato accusato di aver utilizzato il metodo mafioso. È il secondo caso in Italia quello di un 54 enne gelese, affiliato a Cosa Nostra e residente a Busto Arsizio (Varese), per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio (il processo è stato trasferito in Sicilia), al termine di un’indagine condotta dalla Dda di Milano e dalla Procura di Caltanisetta. L’uomo è accusato, in concorso con le due sorelle e la madre, per aver maltrattato, picchiato e segregato in casa sua moglie, 48 enne, a partire dal 2003, tra Gela e Busto Arsizio. La donna, che ora collabora con la Giustizia e gode della protezione testimoni, è riuscita a chiedere aiuto dopo anni di vessazioni e minacce che il marito ha rivolto anche a suoi colleghi e conoscenti.

«Sono venuto qui senza passamontagna, a viso scoperto, non ho paura di niente anche se devo tornare in galera, ci finiamo tutti sul giornale». E, ancora, «ho una cassa piena di armi, non ho più niente da perdere, comincio a fare una strage». Queste le minacce pronunciate dal 54enne, nei confronti di due persone che si sono offerte di aiutarla. È quanto emerso dalla richiesta del Gip depositata il 23 novembre.

I reati contestati, commessi tra Busto Arsizio (Varese), Gela (Caltanisetta) e Voghera (Pavia), sono l’esito di un’indagine incrociata tra la Procura di Caltanisetta e la Dda di Milano. I fascicoli, poi riuniti tutti in Sicilia, raccontano di una donna che non poteva uscire di casa senza il permesso del marito ed era controllata a vista dalle sue sorelle e dalla madre di lui, oltre che sottoposta a pestaggi continui anche davanti alla loro figlia.

Arrivati a Busto Arsizio da Gela nel 2007, i due sono andati a vivere vicino a una delle due sorelle di lui. Calci, pugni, obbligo di mostrare il cellulare e fotografare ogni suo spostamento, divieto di andare al lavoro da sola, hanno continuato ad essere una costante. Quando lui è finito in carcere, tra il settembre 2011 e il 22 marzo 2018, oltre a pretendere una lettera al giorno con il resoconto delle sue attività e di quelle della figlia, ha dato ordine a sua sorella di pedinare la moglie. «Tua madre è una mi..a e te sei come lei», gridava alla loro figlia, mentre la malmenava una volta tornato libero. La donna, ad un certo punto, ha chiesto aiuto ed è riuscita a trovare rifugio in una località protetta insieme alla figlia. La prima udienza del processo è prevista a dicembre.

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