Martedì, 20 Agosto 2019
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RICONOSCIMENTO

Il “cervello” siciliano
che ha creato
il supersoftware

di Sergio Di Giacomo

È un giovane “cervello” siciliano, Dino Distefano, il vincitore di uno dei più prestigiosi premi del mondo dell’informatica internazionale, il Roger  Needham  Award,  una specie di Nobel  della “computer science” che gli è stato consegnato nella prestigiosa sede della Royal Society di Londra, dove ha tenuto una speciale “lecture” da “speaker” della cerimonia.
Originario di Biancavilla, nel Catanese, Distefano, 39 anni, è professore ordinario di “Software Verification” alla Queen Mary University della capitale britannica (dove approfondisce temi legati all’analisi statistica,  alla logica e al linguaggio della programmazione) e guida la “Monoidics Limited“, azienda che ha ideato un sistema avveniristico che permette il controllo dei mega pc informatici delle grandi aziende, le multinazionali che  hanno adottato il sistema “Infer”, il “software dei software” capace di rilevare in anticipo e in modo preventivo i difetti dei sistemi operativi, evitando  così pericolosissimi crash.   
Abbiamo sentito il “genio informatico”, che prima di sbarcare a Londra, passando all’Olanda, ha trovato  grandi difficoltà ad accedere nel sistema accademico e della ricerca italiano, come accade ormai a tante, troppe intelligenze nostrane che popolano centri di ricerca e atenei di tutto il mondo.
«Per me è stata una grandissima emozione. Non capita tutti i giorni di avere una serata prestigiosa dedicata solo a te alla Royal Society. Per me e il mio team il premio rappresenta un grande traguardo, la ricompensa per molti anni di duro lavoro e molti sacrifici. Il riconoscimento che le nostre ricerche hanno avuto un impatto notevole».
    In cosa consiste il sistema Infer e perché è importante per i sistemi informatici delle grandi aziende che lo hanno richiesto?   
«Infer è un sistema che riesce a trovare degli errori critici nel software che le grandi aziende, ma anche milioni di persone, usano tutti i giorni. Questi errori hanno delle conseguenze a livello di affidabilità e sicurezza. Il problema è che certi tipi di software non puoi correggerli  quando ti accorgi che non funzionano correttamente, ma devi essere sicuro che funzionino a priori. Per esempio, non puoi accorgerti che il software che controlla un aereo non funziona quando l’aereo è a mille metri d’altezza...  Infer riesce a trovare certi tipi di errori critici prima che il software sia usato».
     Cosa pensa dei cervelli in fuga dall’Italia e quale può essere il sistema di valorizzazione di queste risorse umane che l’Italia si fa sfuggire perdendo competitività?
   «In Italia ci sono ricercatori validissimi. Purtroppo molte volte non hanno i mezzi finanziari per essere competitivi. Quindi è chiaro che molti decidano di andare all’estero dove ci sono condizioni favorevoli per svolgere il proprio lavoro. Sicuramente l’Italia, se vuole essere competitiva e non perdere le risorse che ha, dovrebbe investire di più nella ricerca».
Quale consiglio dà a un giovane che vuole creare una start-up di successo?
«Innanzitutto bisogna crederci tanto e non fermarsi a nessun ostacolo. In media solo una start-up su dieci ha successo, quindi anche se i primi tentativi vanno male, non bisogna fermarsi, ma ricominciare con una nuova idea. Tanti startupper di successo hanno creato startup che hanno fallito per qualche ragione, prima di trovare l’idea giusta e le condizioni giuste. Una cosa moto importante è trovare il team giusto che condivide il progetto. Quindi è assolutamente necessario che i  membri abbiano  capacità complementari (tecnica, business, etc.)».
 Come pensa si possano valorizzare le potenzialità inespresse  della Sicilia?
«Sono convinto che la Sicilia abbia potenzialità incredibili: i prodotti, l’artigianato, la cultura. Mi accorgo che i miei colleghi ed amici dalle più svariate parti del mondo ne sono affascinati. Purtroppo però ho l’impressione che non riusciamo a valorizzare questi tesori nel contesto globalizzato in cui viviamo oggi. Per essere competitivi dovremmo rivedere il nostro modo tradizionale di fare business e riuscire a tradurlo nel contesto altamente dinamico dei giorni in cui viviamo, ma senza perdere la qualità». 

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