Lunedì, 23 Settembre 2019
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PITTURA

Quando lo sguardo futurista incontrò la luce dello Stretto

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Dal periodo futurista di successo con l’aeropittura e con la consacrazione di Marinetti (e la partecipazione negli anni Trenta a due Biennali di Venezia e a una Quadriennale di Roma) alle sempre nuove esperienze che hanno assimilato in modo personale surrealismo, cubismo, realismo, astrattismo e altre correnti ancora; dallo spazio limitato di una libreria (di proprietà del fratello) in una città di provincia alla straordinaria capacità di rimanere sempre nella prima linea delle novità artistiche e di intessere legami con pittori e scrittori fra i più importanti: la vita di Giulio D’Anna sta alla pittura un po’ come quella di Emilio Salgari sta alla letteratura, ma con una più grande capacità di esprimersi a livelli elevati piuttosto che popolari e comunque con opere che riescono a comunicare un senso di grandezza interiore, cromatica, paesaggistica, tecnica e direi anche di intima tensione verso un alto indefinibile e però mai perso di vista. Insomma la vita di D’Anna, apparentemente sommessa e condotta tra casa e lavoro, è stata invece un’avventura, specie nelle notti trascorse davanti al cavalletto quando – come hanno ricordato le figlie – abbandonava d’improvviso la cena e si chiudeva nel suo studio, sbarrato a tutti nel momento creativo, per ore e ore, anche per notti intere.

Giulio D’Anna, messinese d’adozione da quando aveva 15 anni, era nato a Villarosa (Enna) ed è, come Pirandello, figlio di un proprietario di solfatare, poi caduto in disgrazia economica. Dopo passaggi a Palermo e Partinico, arrivò nella città dello Stretto perché chiamato dal fratello Giacomo (di 12 anni più grande di lui), che aveva aperto una libreria in via Luciano Manara, poi spostata sul viale San Martino, dove i più anziani la ricordano benissimo, divenendo casa editrice famosa con sede anche a Firenze. Pur se meno nota come cenacolo culturale rispetto all’Ospe, maggiormente strutturata, la libreria D’Anna fu un punto di ritrovo intellettuale. Vincenzo Consolo, allora alla ricerca della propria strada, raccontò di avervi conosciuto Stefano D’Arrigo e Lucio Piccolo; lì passarono tutti i maggiori artisti messinesi e non, come per esempio Renato Guttuso.

Adesso, a quaranta anni dalla morte (Messina, 18 novembre 1978) e a 110 dalla nascita (Villarosa, 30 agosto 1908), D’Anna è un maestro riconosciuto: gli sono stati dedicati due importanti libri, il primo di Anna Maria Ruta (“Giulio D’Anna aeropittore mediterraneo”), il secondo di Virginia Buda (“Un pittore ‘limpido e festoso’. Giulio D’Anna a Messina tra Futurismo e Astrattismo”), e proprio qualche mese fa è stato protagonista di una mostra a Londra, organizzata dalla galleria-casa d’aste Bonhams, con dodici opere di aeropittura. Eppure, attorno a lui (nei miei ricordi personali una figura gentile, signorile, timida e un po’ triste dietro il tavolo della libreria), c’è un senso del limite, ingiusto e ingiustificato, che gli aleggia intorno fin da quando Marinetti lo lodò più volte quale grande aeropittore ma che poi, di fronte a una possibile partecipazione a una mostra internazionale, decise un po’ brutalmente di lasciarlo a casa.

Credo che in realtà D’Anna fosse sì futurista, abbia seguito Balla, Depero (che era di casa a Messina), tutti i palermitani e soprattutto Prampolini, abbia frequentato Jannelli e il reggino Benedetto, ma sempre con una fisionomia propria, perfino inaffidabile (sia detto come un merito), tanto che non a caso cominciò a staccarsi dal movimento quando esso si caratterizzò per una sempre maggiore connotazione politica di tipo fascista (basti pensare all’intensa frequentazione con l’antifascista e confinato Beniamino Joppolo). Il fatto è che i suoi colori risentono in modo inevitabile dell’aria siciliana e di quella dello Stretto in particolare, ma riflettono una necessità di trasfigurazione, talvolta fiabesca, che il pittore dapprima non trova nel divisionismo e che invece poi riconosce, a cominciare dagli esempi di Boccioni, nel Futurismo.

Si è detto giustamente che D’Anna è passato dal dinamismo cinetico della rappresentazione di atleti agli aerei che puntano verso l’alto in seguito a una necessità psicologica di fuga provocata dall’essere stato costretto a rimanere a Messina dal fratello («fratello/padre-padrone», lo definisce Buda): è però una considerazione limitante, come quella di Marinetti che lo inseriva tra gli «aeropittori documentari», senza volersi accorgere della dimensione, fra l’onirico e il metafisico, che permeava quei voli. Su questo è da tenere sempre in considerazione ciò che D’Anna scrisse nel 1947 in una lettera a Vincenzo Palumbo: «Le mie figure, le mie case, i miei paesi, sono tutti inventati, non avendo nulla a che fare col “vero”, e, malgrado io sia ammiratore della natura, la mia arte non è mai stata da essa timorata». E, infatti, nei nudi femminili, negli esempi di arte sacra, nei paesaggi, nelle nature morte, nella serie degli strumenti musicali, nei collage si trovano costanti tracce di quelle pennellate futuriste, frutto quindi di un dinamismo intimo prima ancora che dall’adesione a un movimento.

Anche quando risente della prevalente personalità realista di Guttuso (e prima di Migneco), D’Anna si esprime a livello di capolavori autonomi. Un esempio? “Pescatori nello Stretto” (1952), che ha un’impaginazione e un senso del movimento che rielabora le sue precedenti esperienze ancor prima degli esempi del Gruppo di Scilla, e riporta alle pagine della “fera”, dell’amico D’Arrigo.

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