Domenica, 08 Dicembre 2019
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STORIA

Il delitto della baronessa di Carini e quell'impronta insanguinata che torna ogni 4 dicembre

delitto, storia, Laura Lanza, Sicilia, Cultura
Castello di Carini

Sono trascorsi 456 anni ma il delitto di Laura Lanza di Trabia, più nota come la baronessa di Carini, è una delle storie più conosciute al mondo.

Primogenita del barone di Trabia e conte di Mussomeli Cesare Lanza e di Lucrezia Gaetani: ebbe una sorella, Giovanna, e due fratellastri, Ottavio e Margherita, nati dal secondo matrimonio del padre con Castellana Centelles.

Laura nacque il 7 ottobre 1529 nel castello di Trabia e visse l'adolescenza a Palermo. All'eta di 14 si sposò con don Vincenzo II La Grua-Talamanca, figlio del barone di Carini Pietro III e di Eleonora Manriquez: il matrimonio fu combinato dal padre  non avendo avuto fino ad allora eredi maschi. A Carini, dove Laura Lanza si trasferì e dove divenne la baronessa, visse per 20 anni ed ebbe 8 figli.

Ben presto i nodi di un matrimonio combinato vennero al pettine e così la baronessa intrecciò una lunga relazione con Ludovico Vernagallo, cugino del marito. Scoperti furono uccisi e di rango inferiore, ma che conosceva e apprezzava da tempo: secondo la tradizione (confortata dal rinvenimento dell'atto di morte della coppia da parte del parroco della chiesa madre di Carini Vincenzo Badalamenti), il padre li scoprì e li uccise. Colpita al petto la baronessa lasciò nel castello un'impronta della mano insanguinata in una parete del castello, secondo la leggenda. Era il 4 dicembre del 1563. E secondo la stessa leggenda quell'impronta, cancellata dal marito, riappare ogni anno proprio il 4 dicembre.

Il delitto fu comunque subito avvolto dal mistero e negli anni ha alimentato la cultura popolare con numerosi cantastorie siciliani che hanno dedicato alla vicenda cunti e ballate. Celebre lo sceneggiato del 1975 andato in onda sulla Rai dal titolo "L'amaro caso della baronessa di Carini". Nel 2007 è stata fatta una nuova versione della fiction con Vittoria Puccini e Luca Argentero.

© Riproduzione riservata

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