Giovedì, 20 Febbraio 2020
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FINO A VENERDÌ

I colori di Van Gogh, Preziosi in scena a Messina in un vortice di emozioni

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Alessandro Preziosi sarà in scena come protagonista a Messina, al teatro Vittorio Emanuele, da oggi a venerdì 24 gennaio, di “Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco”; l’opera teatrale con testo di Stefano Massini, regia di Alessandro Maggi di cui Preziosi cura anche la supervisione artistica e la produzione, insieme a Tommaso Mattei e Aldo Allegrini, per Khora Teatro con il Teatro Stabile D’Abruzzo.

La drammaturgia prende spunto da un capitolo della vita dell’artista olandese, i due anni di auto-reclusione all’ospedale psichiatrico di Saint Paul de Manson a Saint-Rémy-de-Provence, vicino alla sua amata Arles.

Questo lavoro teatrale è un’occasione per immergersi nel labirinto pittorico e umano di un artista che visse e dipinse con impeto, inquietudine, arsura di penetrazione e ricerca, il rapporto con il reale e la natura.

È anche un’indagine sulla figura in generale dell’artista nel mondo contemporaneo, come profeta e visionario.

La personalità di Van Gogh e il suo rapporto con la creatività, nell’ambientazione del manicomio di Sant-Rèmy , sono resi in modo vibrante e lirico da Alessandro Preziosi che ha abituato il pubblico a performance diverse, per generi e registri, ma tutte intense.

Dal battesimo con “Amleto” di Antonio Calenda, il suo percorso, si è ispessito e arricchito sempre più, costruendo una carriera in cui si è misurato, con felici esiti, con autori, testi, registi di grande peso. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il “suo” Van Gogh..

Cos’è per lei il teatro?

Mi hanno insegnato che il teatro celebra la vita, il rischio è di sentirsi celebrato in scena. È uno strumento che mi ha permesso di conoscere e approfondire tanto; il teatro è un mezzo che esalta i buoni contenuti, sia per chi recita sia per chi ascolta.

Cosa rappresenta il teatro in questo momento storico e la cultura?

Vive una vita di grandi incertezze, esso è un metro di misura delle difficoltà di un Paese. La cultura serve sostanzialmente a dare senso alla vita, oltre la quotidianità, la cultura è memoria senza la quale il presente diventa una specie di ingombro.

Quanto ha contato e quanto conta il valore della libertà nel suo lavoro?

La libertà, moltissimo, bisogna sempre farla diventare un valore, un fattore che orienta tutto. Questo lavoro l’ho scelto essenzialmente per questa ragione.

Nella sua carriera ha interpretato ruoli e personaggi di spessore morale e civile, penso a Don Diana o al giudice Lo Bianco, crede che anche l’educazione ricevuta dalla famiglia e l’impegno politico di suo padre, abbiano influito sulle sue scelte artistiche?

La famiglia per me è stata importantissima, ad esempio noi figli abbiamo visto la tv sempre in camera dei miei genitori, questo è un esempio di come lo sguardo dei miei familiari mi abbia educato a guadare le cose; mentre seguivamo un Tg e commentavamo le notizie, noi crescevamo insieme. Queste belle storie le ho interpretate certo per fortuna, ma anche per una scelta mia, una fedeltà al criterio con cui mi sono impegnato a costruire la mia carriera.

L’attore mantiene un distacco dal personaggio che interpreta, ma c’è stata una storia che l’ha sedotto, Van Gogh per caso?

Van Gogh, certamente, un lavoro che mi ha dato un’altalena di emozioni, di riflessioni sulla vita, sull’arte, su come sia in grado di gestire con ossessività, con passione, insistenza i miei obiettivi lavorativi. Van Gogh è uno di quei personaggi che mi fa dire «non vivo più per me stesso ma per far vivere le cose»: un artista con cui c’è stata una contaminazione naturale.

Cosa l’ha colpito del testo di Massini?

La grande forza del testo è nell’analisi psicologica, nell’entrare nella mente di Van Gogh e il finale mi ha molto sorpreso, nonostante sia un testo che parla di un uomo che vive chiuso in un luogo tutto bianco, aver visto dei colori che non erano scritti nella sceneggiatura, è stato straordinario.

Questo lavoro parla anche del modo con cui ci si relaziona all’artista puro, geniale, indipendente.

Sì, il senso è anche questo, il ruolo dell’artista che viene vissuto come un “post datato”, se non riesco oggi a valere qualcosa, se non vengo capito fino in fondo, un giorno sarò compreso, questo è il senso della storia; noi siamo testimoni di quello che è stato Van Gogh, che durante la vita non è stato compreso, che non ha venduto le sue opere e poi ha ottenuto un successo planetario. La verità delle cose, prima o poi, emerge. In questo spettacolo l’arte viene affrontata attraverso il suo processo creativo, il modo con cui il pittore recupera il senso del colore.

Nella recitazione ha una dizione perfetta, ma nel conversare emerge la morbidezza della inflessione napoletana, cos’è per lei Napoli e il Sud?

La gente diventa paesaggio, la lingua diventa paesaggio, il colore, il rumore diventano paesaggio. Quando si dice che il napoletano canta, è simpatico e cavaliere, è vero, le sue mura sono i vicoli, la condivisione. Io vivevo in mezzo alla strada, uscivo di casa alle 8 e tornavo alle 8, andavo a tennis, a calcetto, al doposcuola, vivevo indiscriminatamente con tutti e tutto, questo è il Sud che unisce tutti in maniera forte, saranno state le tante dominazioni.

Quando incontra un uomo del Sud, anche nell’ambito dello spettacolo, sente un’affinità che nasce dalle radici?

Assolutamente si, c’è un modo di salutarsi che ricorda le mani di Totò che salutava Eduardo; una familiarità, una specie di appartenenza ad una razza di cui mi fregio di appartenere, di cui mi sento parte. Quando incontro Salemme, Servillo, Nando Paone, Imparato, Marco D’Amore, Mario Martone, Ruggero Cappuccio ad esempio, sento una grande stima umana, prima ancora che professionale, un’unione speciale».

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