Martedì, 27 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Costanza DiQuattro: "Quegli altri Gattopardi e la loro difficile, grande eredità"

di
Sicilia, Cultura
Costanza DiQuattro

Corrado Arezzo de Spuches, settimo barone di Donnafugata, fu uno dei Gattopardi che vissero la trasformazione della Sicilia. La sua storia è narrata in “Donnafugata” (Baldini+Castoldi) e si tratta di una vicenda di famiglia per l’autrice – la ragusana Costanza DiQuattro – che l’ha scritta con l’intenzione di strappare all’oblio la storia del barone.

Eppure Corrado Arezzo – nato a Ragusa nel 1824 e morto a Donnafugata nel 1895 – prese parte alla rivoluzione del '48, divenne governatore della provincia di Trapani, fu deputato e poi senatore del Regno d’Italia e infine sindaco di Ragusa, restaurando e ridando vigore al Castello di Donnafugata, tra carrubi secolari, muri a secco e campagna scoscesa.

Questa è una storia tutta siciliana che guarda al passato ma continua ad essere attuale. Oggi Costanza DiQuattro (1986) con la sorella Vicky è direttrice artistica del Teatro di Donnafugata – situato nel palazzo in cui vive – nel novembre scorso ha debuttato al teatro Carcano di Milano con il testo “Barbablù”, interpretato da Mario Incudine per la regia di Moni Ovadia e oggi torna in libreria dopo il felice esordio con “La mia casa di Montalbano”, in cui ripercorreva l’album di famiglia della dimora di Puntasecca, proprio quella divenuta celebre con la fiction su RaiUno, «una casa che prima era mia e ora è di tutti», scrive l’autrice che in questa intervista, con piglio e ironia, si racconta, in attesa di incontrare i suoi lettori a Messina, questo pomeriggio (ore 18.30) alla “Gilda dei narratori”.

Il nonno materno, a nove anni, si ritrova nell’asse ereditario. Una storia davvero degna di un romanzo?

«Un puro caso del destino. Mio nonno rientra nell’asse ereditario perché si chiama Corrado Arezzo, per espressa volontà testamentaria. Cito testualmente, “per la sola ragione che porta il nome di uno degli uomini che ho amato di più nella mia vita”. Già questo merita un romanzo».

Perché ha scelto di mettere le mani fra gli affari di famiglia?

«Perché è un materiale che conosco, innanzitutto. Un materiale da cui posso sempre attingere storie nuove partendo dall’archivio che abbiamo in casa, fatto principalmente di lettere private, ritrovandovi le sfumature del carattere dei singoli personaggi e i loro travagli personali, che furono numerosi e complicati».

Corrado Arezzo ha dichiarato che fu davvero un Gattopardo. Conferma?

«Sì. Secondo alcuni studi fu proprio lui ad ispirare Tomasi di Lampedusa e allora la celebre gita a Donnafugata sarebbe un omaggio esplicito visti i tanti aspetti che collimano fra il Principe Fabrizio e Corrado Arezzo. E inoltre c’è una parentela di sangue molto stretta di cui non possiamo non tenere conto».

Di Sicilia e Gattopardi si parla spesso in accezione negativa, latifondista. Lei come la vive?

«La nobiltà siciliana viene ancora oggi vista come una classe lassista che può vivere senza lavorare ma ovviamente non è così. Anzi, noto con piacere che la nuova generazione dei Gattopardi oggi usa ciò che ha ereditato per creare attività imprenditoriali di successo, il perfetto ponte fra il passato e il futuro in questa terra. Ci sono tanti esempi di eredi che cercano di mettere a reddito le dimore storiche o i patrimoni, puntando a sviluppare un indotto sul territorio. Del resto, oggi sarebbe anacronistico ragionare in termini di divisione di classe, semmai talvolta bisogna sopportare un fardello psicologico per via del tempo che fu».

Eppure la città di Ragusa sembra aver dimenticato Corrado Arezzo. Come mai?

«È un grande dispiacere. Lui ha fatto moltissimo per Ragusa, tutelando e salvaguardando il patrimonio culturale, ha investito per ammodernarla e soprattutto, ha curato il Castello di Donnafugata, l’immobile che crea il maggiore flusso turistico sul territorio. Non si tratta di rivalutarlo ma di raccontare Corrado Arezzo e strapparlo all’oblio».

Quando le capita di guardare in tv le immagini del Commissario Montalbano, lei che ha vissuto e ha tanti ricordi su quella terrazza sul mare, cosa prova?

«Una bellissima sensazione. Ma bisogna fermarsi a riflettere perché, talvolta, accade anche che le cose belle che abbiamo intorno possano essere date per scontate, trascurandone la bellezza insita. La Sicilia è un luogo altro in cui si può davvero respirare un’atmosfera fuori dal tempo».

Che rapporto abbiamo con il passato, noi siciliani?

«Mi demoralizza la mancanza di consapevolezza. Tanti parlano per frasi fatte o in termini dispregiativi del passato. La Sicilia, tutta, soffre del racconto fatto dai vincitori che cancella le sfumature e credo che i narratori abbiano il preciso compito di lavare via i preconcetti legati alla nostra isola».

Recentemente ci sono state polemiche sulla esigua presenza di relatrici e scrittrici in eventi culturali nazionali. Le chiedo: oggi che posto spetta alle donne in Sicilia?

«Diciamo spesso che in Sicilia le donne sono state abituate a stare dietro le quinte pur tenendo in mano le redini della situazione con fermezza. Ma anche questa è una immagine stereotipata. In verità conosco e collaboro con molte donne, donne forti che conciliano il lavoro con la famiglia e anche per questo motivo la guerra mediatica legata alla presenza numerica delle donne in un convegno, o in un festival credo sia un modo banale per affrontare una questione seria».

Senta ma lei un giorno lascerà la Sicilia?

«Ho bisogno di viaggiare ed essere libera. Ma non potrei mai andar via da questa isola».

Perché?

«Ne morirei».

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