Martedì, 24 Novembre 2020
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MESSINA

Gli scavi di Monte Ciccia e la civiltà preistorica

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Per monte Ciccia, i messinesi nutrono da sempre singolare simpatia. Quand’è il caso, lo scrutano e da esso traggono, fiduciosi, precise utili indicazioni meteorologiche. Per esempio, se vi si addensano le nubi, nessun dubbio, la pioggia è in arrivo.

Da alcuni decenni, per di più, monte Ciccia, (quota 600 metri sul livello del mare), può vantare la massima attenzione di archeologi e storici. Nel gennaio 1987, infatti, l’associazione “Amici del Museo” segnalò alla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali l’individuazione, su quell’altura peloritana affacciata sullo Stretto, di un sito palesemente frequentato già nella Preistoria, e verosimilmente anche in epoche successive. Apparve subito evidente che trattavasi di una scoperta di assoluto rilievo, che esigeva immediate indagini per definire, di quell’insediamento, la cronologia e i caratteri propri. Lo si immaginava molto esteso, ed era forse testimone, s’intuiva, di una remota civiltà fiorita nell’area siciliana dello Stretto.

Sei mesi dopo la scoperta, per conto della “Gazzetta del Sud”, chiedemmo al direttore della sezione archeologica della Soprintendenza, Giovanna Maria Bacci, di aggiornarci, appunto, circa lo scavo di monte Ciccia. “Sono stati effettuati dei sopralluoghi- ci disse -, grazie ai quali è facile concludere che ci si trova al cospetto di un’area che merita ogni attenzione”. E aggiunse: “Non è la prima volta che sui Peloritani si scoprono segni di culture preistoriche, ma in questo caso, la ricchezza dei materiali affiorati indica la presenza di un insediamento consistente e in posizione dominante in vista del mare”.

Ancora più esplicito il mai troppo compianto archeologo Giacomo Scibona, sempre in prima fila negli scavi in città e nell’hinterland: “I frammenti ceramici emersi - precisò -, sono in prevalenza di impasto rossiccio, e sovente recano decorazioni incise o applicate. E quel che più conta - continuò -, i pochi reperti finora affiorati già diversificano questo insediamento non solo dalle altre stazioni preistoriche individuate nei Peloritani (e mai sufficientemente esplorate), ma anche da quelle note della Sicilia orientale. E neppure è possibile identificarli, tali reperti, con le facies delle isole Eolie, che, com’è noto, sono asse portante della preistoria del Mediterraneo centrale”.

Un’area archeologica insomma, questa di casa nostra, che s’impone per la sua spiccata originalità. “Le indagini scientifiche - ribadì l’archeologo -, potranno verosimilmente evidenziare le presumibili relazioni di questo insediamento con altre civiltà, e non soltanto preistoriche. E magari fornirci, mediante l’esame dei pollini, dati di interesse naturalistico relativi alla flora dei Peloritani di allora, illuminandoci anche sull’economia, e persino sull’organizzazione sociale di quelle genti”.

La dottoressa Bacci ci salutò con una notizia che decisamente lasciava ben sperare. Ci assicurò che fra gli interventi annuali programmati per il 1987 dalla Soprintendenza erano previsti proprio gli scavi a monte Ciccia. “Speriamo - concluse -, che i necessari finanziamenti dell’assessorato regionale ai Beni culturali non si facciano attendere troppo”. Quei finanziamenti arrivarono con sufficiente puntualità. E consentirono una prima approfondita indagine archeologica, e quindi una prima accurata analisi delle stratificazioni e dei reperti recuperati.

Gabriella Tigano, nota archeologa e attuale direttrice del Parco archeologico di Naxos, seguì da vicino quella prima indagine sul campo (si veda il saggio nel volume “Da Zancle a Messina”-2). Gli esiti della quale - ci ha ricordato recentemente - confermarono i giudizi non senza entusiasmo espressi dalla Bacci, e specialmente da Scibona, alla luce degli iniziali sopralluoghi effettuati appena dopo la segnalazione del gruppo composto dai membri della Sezione archeologica degli “Amici del Museo” e da altri cultori di memorie patrie (A. Bambace, F. Chillemi, P. Gentile, G. Labruto, N. Principato, F. Riccobono). A quanto pare, per ora nulla di più. Ma nelle viscere di monte Ciccia sicuramente qualcosa da scoprire ancora rimane; perciò non sarebbe male che le indagini archeologiche continuassero.

(hanno collaborato S. Di Giacomo e N. Principato)

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