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Il ricordo di Leonardo Sciascia a 31 anni dalla morte, intellettuale lucido e volterriano

Leonardo Sciascia, Sicilia, Cultura
Leonardo Sciascia

Dal suo specialissimo punto d’osservazione, la contrada di Racalmuto che riassumeva il mondo eppure ne restava a parte, analizzava la Sicilia e l’Italia in un modo ineguagliabile. In tanti hanno con lui un debito: è stato una guida e un destino. Oggi e domani in diretta un incontro organizzato dalla Fondazione Leonardo Sciascia sulla pagina facebook e sul canale youtube della Fondazione Lectio magistralis del professor Antonio Di Grado.

Ci si sarebbe rotto la testa, Leonardo Sciascia, con l’Italia di oggi, proprio come il suo capitano Bellodi con la Sicilia, l’avrebbe guardata dalla Noce, contrada di Racalmuto, provincia di Agrigento, né mare né montagna, dalla casa di campagna dove lo scrittore era stato portato sin dall’età di sette mesi e dove amava stare nella geografia intima condivisa con familiari, amici, intellettuali. Tante cose alla Noce vivevano e respiravano una dentro l’altra, le memorie e gli affetti, la luce lussuosa del giorno e il nero scintillante della sera, l’aria saporita lontana dall’«acre fiato» delle zolfare, la solitudine e la leopardiana social catena dell’umana compagnia, tra vigneti, fichi d’india, mandorli, olivi, corbezzoli, qualche cipresso e qualche pino e gli orti domestici. E non mancava la palma, «la palma de oro y el azul sereno» («la palma d’oro in campo azzurro», così recitava un verso di Machado), «una specie di araldico simbolo della contrada Noce», a dare «l’illusione dell’oasi», scriveva Sciascia nel racconto pubblicato sulla rivista “Malgrado tutto” del 1984, pochi anni prima di epocali rivolgimenti, dal disastro di Černobyl alla caduta del Muro di Berlino (quando i suoi familiari gli dissero del Muro, pochi giorni prima della sua morte, li guardò perplesso, esclamando “mah!”), e in mezzo l’Italia dei misteri, delle stragi e degli scandali.

È lì, alla Noce, che Sciascia faceva crescere le sue opere, nell’esercizio dell’immaginazione che si faceva profetismo, fermo lì ma magari vagheggiando di andare a vivere a Parigi. Era la sua fonte di ispirazione, vi stava anche per mesi interi, inizialmente nella vecchia casetta, poi nella casa nuova dotata di maggiori comodità. Si commuove Anna Maria, la figlia minore di Leonardo, quando parla del suo eccezionale papà, e della sua mamma speciale, sempre in perfetta sintonia.

«Non ho mai sentito gridare mio padre, si rabbuiava sì, si intristiva, magari si amareggiava, ma era sempre misurato. Un giorno – ricorda Anna Maria – , mentre erano in cucina si ruppe una bottiglia d’olio, ma i miei genitori rimasero tranquilli, provvedendo subito a sistemare dei fogli di giornale a terra e a continuare quanto stavano facendo. Si adattavano a tutto, e quando si scontravano con le bassezze o con l’ingratitudine, cancellavano l’avvenimento e anche la persona, di cui non si sarebbe parlato più come se non fossero mai esistiti». «Avrei voluto chiedere tante cose a mio padre, e a mia madre su mio padre, cosa che non ho fatto perché pensavo di avere tempo, e invece mio padre, che io credevo non andasse mai in pensione, morì con tante cose ancora da fare e da scrivere». Nel ricordo intatto di Anna Maria, che ha scritto “Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia” (Avagliano 2009), c’è un padre dal rigore giansenista, ma amorevole e generoso con la famiglia e con gli amici.

Molto stretto il rapporto con Stefano Vilardo, classe 1922, l’amico di una vita, compagno all’Istituto magistrale di Caltanissetta, testimoni l’uno alle nozze dell’altro, sempre viva la frequentazione con i cari amici di Palermo, a lui vicini fino alla fine. «Mio padre ha cambiato la vita a molte persone – ci dice ancora Anna Maria – , dava consigli, indicazioni, soprattutto alle persone valenti, che rischiavano di essere mortificate o di rimanere nell’ombra, come, ad esempio, Consolo che quando andò per la prima volta a Caltanissetta aveva scritto solo “La ferita dell’aprile”». Una guida è stato pure per Matteo Collura, giornalista e scrittore, autore, tra le altre cose, di “Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia” del 1996.

«Sono nato ad Agrigento, ma sono cittadino onorario di Racalmuto e quindi compaesano di Sciascia – dice Collura –. Per me conoscerlo è stato un destino, ed è tuttora una guida, per tutti i miei libri, pure per l’ultimo, “Baci a occhi aperti” (Tea, 2020). Credo che la sua statura letteraria, purtroppo non abbastanza riconosciuta dalla critica accademica, sia da mettere a fianco dei grandi autori europei, Pasolini, Camus, anche la Arendt».

E per ricordare Sciascia, come ogni anno, ormai da un decennio, oggi e domani, 20 e 21 novembre, si svolgerà in diretta e da remoto un incontro organizzato dalla Fondazione Leonardo Sciascia con alcune scuole di Palermo, Caltanissetta, Agrigento e Racalmuto, trasmesso a partire dalle 9.30 sulla pagina facebook e sul canale youtube della Fondazione Leonardo Sciascia. Coordinato dal professor Zino Pecoraro, dopo i saluti delle autorità e di Fabrizio Catalano, nipote di Sciascia e coordinatore delle manifestazioni per il prossimo centenario della nascita del nonno (gennaio 2021), e dopo la lectio magistralis del professor Antonio Di Grado, direttore letterario della Fondazione, l’incontro sarà incentrato, quest’anno, sulla lettura e sull’analisi di “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia”.

Un libro che, secondo Catalano, ha, tra gli elementi di attualità, quello di proporre il diverso approccio delle diverse generazioni nei confronti della vita. Denunciando, sotto la forma del conte philosophique volterriano, imposture, conformismi e raggiri, ambiguità e ipocrisie, potrebbe servire ai giovani di oggi, schiacciati dal pessimismo, come un’iniezione di ottimismo, un invito a lavorare, a resistere e a credere nelle idee. Molto più di altri autori Sciascia continua ad essere così avvertito, richiamato e tenuto presente, ed è proprio questo a costituire motivo di dibattito e di studi. E del nonno, Catalano tiene a mente, tra le tante lezioni, quella che «si può essere qualcuno rimanendo normali»: raccogliere capperi e metterli sotto sale alla Noce, senza cedere al sicilianismo balordo, ma avere una capacità profetica di leggere il mondo.

Di lui, Fabrizio ama ricordare che quando in un’intervista gli chiesero come vedeva l’Italia nell’Unione europea, il manzoniano Sciascia rispose: «Come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro».

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