Venerdì, 26 Febbraio 2021
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IN SICILIA

Carta di Catania, "sì" ai privati alleati delle Amministrazioni, "no" alle abdicazioni

Riceviamo e pubblichiamo

"Riducendo a “logiche politiche di contrapposizione” la bocciatura, il 10 febbraio scorso, nella Commissione Cultura dell’Ars della “Carta di Catania”, con cui la Regione vuole concedere in uso a pagamento ai privati i beni culturali nei depositi di musei e soprintendenze, l’Assessore dei beni culturali Alberto Samonà sembra dimenticare che ad esprimere la propria contrarietà a questa nuova normativa, prima dei politici, sono stati proprio specialisti e operatori del settore.
E stiamo parlando di giganti del mondo della cultura, come Salvatore Settis, Presidente del Consiglio Scientifico del Louvre; o illustri studiosi e professori universitari di fama anche internazionale come Clemente Marconi (New York University; Università degli Studi di Milano), che ben conosce la realtà dei depositi siciliani, così come la conoscono Aurelio Burgio, presidente del corso di laurea in Beni culturali dell’Università di Palermo, o Ignazio Buttitta, professore ordinario presso la stessa Università; giuristi come Sergio Foà, Ordinario di Diritto amministrativo all’Università degli Studi di Torino, ricercatori Cnr-Ispc (Istituto di Scienze del patrimonio Culturale) come Massimo Cultraro, intellettuali come Sergio Troisi; tutte le Associazioni in difesa del patrimonio culturale di rilievo nazionale, da Legambiente a Italia Nostra, dalla Cia, Confederazione italiana archeologi alla Ranuccio Bianchi Bandinelli, da Assotecnici a Icom Sicilia, ai più giovani Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali.
Tutti d’accordo: non si tratta di un “innocente” progetto di valorizzazione di beni che diversamente sarebbero condannati alla polvere di magazzini in cui nessuno li vedrà mai. Scenario, peraltro, lontano dalle best practice internazionali come dagli obiettivi di rivalutazione dei deposti adottati da molti musei italiani proprio in tempo di covid. Questi decreti sono una devoluzione nel sistema di gestione pubblica dei beni culturali e un inno all’impiego del lavoro altamente qualificato a costo zero (nessuna copertura finanziaria, con volontari, ma anche studenti tirocinanti al posto di specialisti remunerati).
Samonà si dice aperto ai suggerimenti. Ma c’è poco da aggiustare il tiro, se è la struttura portante che non regge. L’Assessore vorrebbe imbellettare un ibrido normativo contrario allo spirito del Codice dei beni culturali, ovvero una concessione in uso che trasferisce altrove, in modo sistematico e su larga scala, i beni nei depositi dei musei e degli altri luoghi della cultura, riassorbendo l’istituto del prestito per mostre al solo scopo di estendere anche a questo il carattere oneroso della concessione. Contrario non solo al Codice, ma anche alla stessa normativa regionale che individua l’ “uso sociale dei beni culturali ed ambientali nel territorio della Regione Siciliana” (L.R. 80/1977) tra le sue finalità, insieme alla tutela e alla valorizzazione, con ciò rimarcando che il valore sociale è sovraordinato a qualsiasi altro valore, compreso quello economico.
Un fine sociale che nulla vieta che sia raggiunto anche coinvolgendo il privato. Restando, però, all’interno degli istituti. E’ ciò che ha proposto la risoluzione votata da M5S, PD e Cento Passi, che impegna il Governo con due azioni: sul lungo periodo, a mettere in atto quanto di sua competenza per la valorizzazione dei beni (catalogazione, aumento degli spazi espositivi, creazione di nuovi, delocalizzati sul territorio, sul modello dei nuovi “Uffizi diffusi”), e, nell’immediato, con la concessione al privato (in particolare, start-up e imprese giovanili) del servizio di valorizzazione all’interno degli stessi istituti culturali, dove solo può essere garantita quell’osmosi tra collezione permanente e “riserve”. Ecco che si inizia a parlare seriamente di lavoro retribuito.
Sì, quindi, a un privato che resta alleato di un’amministrazione pubblica sofferente. No, invece, a sbrigative abdicazioni al privato di compiti istituzionali.
Diversamente sarà un tappare i buchi a un vaso che fa acqua da tutte le parti: per la previsione di affidare di fatto la catalogazione a tirocinanti che non posseggono i requisiti di legge per farlo, senza che la pianta sott’organico delle soprintendenze possa garantire la sorveglianza, così come sufficienti garanzie di vigilanza presso i concessionari; per l’uso di una terminologia che evoca un’idea distorta, statica e obsoleta del patrimonio culturale; per averlo segmentato in beni di serie “a” e “b”; per la pericolosità di declassare beni sottratti al commercio clandestino; per aver messo una pietra tombale sulla possibilità di future identificazioni (come quelle, in passato, delle metope al Salinas da parte di Marconi o delle ceramiche egeo-micenee all’Orsi da parte di Massimo Cultraro, Università di Palermo , o della Testa di Ade restituito dal Getty); per l’assenza di ogni riferimento all’attività di studio, finalità dell’art. 6 del Codice; per la previsione di analisi con sistemi altamente tecnologici affidate ai privati, invece che a centri di ricerca specializzati, sul territorio siciliano, come il Cnr-Ispc. E ancora per la centralizzazione delle procedure in capo a un unico Rup, che taglia fuori ciò che resta dei tecnici interni a musei e soprintendenze e per carenze e contraddizioni giuridiche con cui l’Amministrazione potrà scoprire il fianco in caso di ricorsi al Tar.
E’ l’immagine di una Sicilia che arretra rispetto al resto del Paese. Persino imbarazzante, tanta poca è la consapevolezza alla base. Il modello sbandierato è quello dei beni e reperti esposti in alberghi e ristoranti di Taormina, invece che condannati in qualche magazzino. Peccato che proprio quei beni e reperti non provengano da nessun deposito di museo o soprintendenza. Derivano, infatti, da scavi effettuati in situ. Si tratta, cioè, di beni non decontestualizzati. Quindi non oggetto di questa normativa!
Ma se non si ha chiara nemmeno l’idea di quale sia l’oggetto per cui è stata messa in piedi questa “rivoluzione”, figurarsi tutto il resto".

Silvia Mazza, storica dell'arte e giornalista

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