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RESOCONTO DEL TOUR

Il viaggio a Messina del visconte Dry sulle orme di Goethe

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Un giro compiuto nel 1901 dal tenente colonnello della fanteria Dragone raccontato nel libro "Trinacria". La prima impressione non fu positiva, poi prevalse la magia dello Stretto

Visconte francese e prolifico scrittore, William Aimable Adrian Fleury, meglio noto con lo pseudonimo di Antoine Dry (1857-1906), fu anche tenente colonnello del 2° reggimento di fanteria “Dragone”. Compì il tour della Sicilia nel 1901, e vi sostò per diversi giorni, visitandola in lungo e in largo. Sostenuto da una solida cultura, curioso e attento osservatore com’era, egli acquisì, della realtà isolana, piena consapevolezza e ne riferì poi ampiamente in “Trinacria. Promenades et impressions siciliennes”, raffinato volume apparso a Parigi nel 1903.

Tradotto in italiano, esso è presente nel mercato librario dal 2002. Curato e introdotto da Concettina Rizzo, edito da Agorà di Catania, s’intitola appunto “Trinacria. Passeggiate e impressioni siciliane”. Nelle pagine di codesto “diario”, si colgono con singolare frequenza “esperienze e riflessioni” di viaggiatori che nel medesimo tour precedettero Dry: Goethe, ad esempio, o Dolomieu, Reclus, Maupassant, Bazin, Forbin…, per citarne solo alcuni. Si tratta di riferimenti che intanto ben s’inseriscono nel testo, ma soprattutto palesano – spiega Concettina Rizzo – la «molteplicità degli sguardi e la diversificazione dei punti di vista». E, forse quel che più conta, non appaiono accettati dal nobile francese in modo acritico; servono piuttosto ad aprire «uno spazio dialettico tra le diverse modalità di visione».

Quel viaggio in Sicilia si svolgeva peraltro al sorgere di un’epoca nuova. Le variegate e sapientemente costruite pagine di Dry rivelano dunque la “forte influenza della cultura europea di fine Ottocento, “proiettata”, così ancora la Rizzo, «verso un’era di sviluppo tecnologico e scientifico, ma ancora radicata nelle proprie tradizioni culturali».

In Sicilia, Dry giunse dunque da Napoli in treno, volgendo al termine l’estate del 1901; e fu subito a Messina. A prima vista la città lo deluse, gli parvero “strette e deserte” le strade, e non proprio di bell’effetto, i palazzi. Ma più tardi, queste sue iniziali impressioni via via mutarono… Ed è pur vero che venendo in Sicilia, più che la storia, i monumenti, le antiche vestigia, il fin troppo scontato, “pittoresco”, egli intendeva scoprirvi la quotidianità vissuta, la concreta attualità. Tuttavia, il pittoresco dei nostri lidi non lascia Dry del tutto indifferente .

«La vista dallo Stretto e della Calabria – egli annota – è dappertutto splendida, è un panorama meraviglioso del quale non ci si può stancare…». E magnifica taluni monumenti: la statua di don Giovanni d’Austria del Calamech, le fontane di Nettuno e d’Orione del Montorsoli, il gruppo scultoreo alla memoria dei caduti nella battaglia di Adua. Loda la «graziosa e affascinante piazza Flora», e il Giardino a mare, lo Chalet, «splendidamente situato a nord del porto». E non nasconde l’emozione suscitata dai villaggi di pescatori, a Pace, Sant’Agata, Ganzirri, dal fascino ad essi conferito dal blu intenso dello Stretto, dal vago colore rosa delle montagne calabresi.

Il giusto spazio occupa nel “diario” l’economia messinese. In primo luogo, l’intensa esportazione via mare di arance e limoni, di essenze d’agrumi, di olio d’oliva, di mandorle, di vini, «La periferia stessa di Messina non è – osserva Dry – che un immenso vigneto». Significativo davvero il racconto della visita del viaggiatore francese ad un vasto laboratorio per la produzione della seta nel sobborgo della Maddalena.

Non senza fatica, egli riuscì a farsi aprire le porte della fabbrica, dopo aver giurato al direttore, un inglese, di non lavorare per nessun setificio francese e di non voler carpire i segreti della lavorazione messinese. Visitò dunque la grande fabbrica, «che funzionava a meraviglia». Vi lavoravano tre o quattrocento operaie, quasi tutte giovani, per undici ore e mezzo al giorno, in media per un franco. Vi lavoravano anche dei bambini, per sessanta centesimi al giorno. Gli operai, le donne e i bambini, «sembravano felici, nonostante il magro guadagno, e ci sorridevano quando passavamo nelle file...».

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