Venerdì, 18 Giugno 2021
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La comicità non s’imbavaglia: i 50 anni di Sergio Friscia, a colloquio con l'attore palermitano

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Tra film, fiction e programmi tv tornerà nella sua Sicilia per l’attesissima serie “Incastrati” di Ficarra e Picone

Uno dei comici siciliani più amati oggi taglia il traguardo del mezzo secolo, con 31 anni di attività artistica alle spalle, fra tv, spettacoli dal vivo, radio e cinema, sempre all’insegna del buonumore e con la Sicilia nel cuore. È infatti nella sua terra che Sergio Friscia, originario di Palermo, ha mosso i primi passi nello spettacolo, lavorando in emittenti locali e villaggi vacanze, fino al battesimo in tv con “Macao”, programma cult di Rai2 di Gianni Boncompagni, che lo ha reso uno dei cabarettisti più amati d’Italia. Da lì, la sua carriera ha proseguito con molte altre partecipazioni televisive, ma anche con film e fiction, come le commedie “Oggi sposi” e “Il Professor Cenerentolo”, con le parentesi drammatiche de “Il capo dei capi”, “Squadra antimafia” e “Il delitto Mattarella”.

Attualmente è in onda dal lunedì al sabato su Rds con “Anna e Sergio”, al fianco di Anna Pettinelli, ed è inviato di “Striscia la notizia” nei panni di Beppe Grillo. Friscia tornerà in Sicilia per “Incastrati”, serie tra crime e commedia realizzata da Ficarra e Picone per Netflix, le cui riprese sono cominciate ieri.

L’artista commenta il traguardo dei 50 con la verve di sempre: «Per fortuna non me li sento, nel senso che vince ancora il ragazzino che è in me e l’entusiasmo è sempre quello dei miei esordi, di 31 anni fa». Mezzo secolo di buonumore quindi per l’artista, che parla anche di propositi più in linea con l’età anagrafica: «Sicuramente oggi ho più acciacchi, e sento di più la fatica; ma comincio a pensare di godermi il tempo libero, oltre che inseguire i sogni. Credo che cambierò le mie priorità, dando più spazio al relax, alla famiglia, agli affetti e agli amici, a tutto ciò che ho dovuto abbandonare nella mia meravigliosa Sicilia per realizzare i miei progetti».

Hai cominciato nei villaggi vacanze, come Fiorello. Il villaggio può essere considerato una sorta di accademia per un comico?
«Sicuramente. I villaggi turistici insegnano il mestiere perché ti trovi catapultato davanti a duemila persone che hanno voglia di divertirsi. E devi abituarti a conoscerle, individuare i loro gusti, diventare un po’ psicologo per cercare di coinvolgere anche quelli con la puzza sotto il naso che non vogliono essere disturbati. Per cui devi ragionare estemporaneamente e diventare scenografo, coreografo, dj, imitatore e tanto altro. Quindi l’esperienza del villaggio dà un bagaglio importante, e lo consiglio a tutti coloro che vogliono approcciarsi a questo mondo, perché aiuta a scoprire se si ha un talento specifico. Senza nulla togliere alle accademie e alle scuole di recitazione, se non c’è il talento, c’è poco da fare».

Indimenticabili restano i tuoi personaggi Lollo, Di Giovanni e Calogero d’Agrigento, rodati sulle tv regionali siciliane (Telesud e Tgs) e proposti a “Macao”. Come sono nati?
«Questi personaggi resistono ancora oggi negli spettacoli accanto a nuove proposte; se non accenno a loro, soprattutto quando vengo in Sicilia, il pubblico ci resta male. La loro forza credo sia quella di essere stati ispirati da persone reali, osservate da me con attenzione, da cui ho tratto “tipi”, modelli. Di Giovanni esiste realmente; l’ho beccato una sera mentre tornavo dalla discoteca in cui facevo il dj e l’ho visto che scendeva in vestaglia coi sacchetti dell’immondizia e le pantofole. Poi gli ho attribuito dei tic di mio nonno che ogni tanto fischiava e annuiva con la testa senza capire di cosa si stesse parlando. Quando insegnavo alla Fonderia delle Arti di Giampiero Ingrassia dicevo ai ragazzi di imparare a guardarsi intorno, perché si riescono a fare grandi cose prendendo spunto dalla vita quotidiana».

Dai tuoi esordi in Rai ad oggi come è cambiata la comicità?
«È cambiata tantissimo. Se da un lato sembra che alcuni abbiano la patente di esagerare e dire parolacce in prima serata, altri vengono attaccati per normali imitazioni di personaggi famosi. Oggi non si sa leggere tra le righe, perché nella satira non c’è mai cattiveria o voglia di denigrare. E lo dico a proposito della polemica contro “Striscia” e l’imitazione dei cinesi. Se si decide di imitare qualcuno è perché ha delle caratteristiche simpatiche che possono essere esasperate in modo ironico. Sarei per una maggiore libertà di azione, perché la comicità non si può imbavagliare».

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