Domenica, 17 Ottobre 2021
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"L'uomo del porto": Palermo sempre elemento preponderante

Per gentile concessione dell’Editore, pubblichiamo un breve brano dal secondo capitolo di “L’uomo del porto” di Cristina Cassar Scalia.

"Il sonno, per natura difficoltoso e dalla vita reso agitato, del vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, da una settimana a quella parte s’era popolato di tutti i sogni che in trentanove anni non aveva mai fatto. O di cui perlomeno non riusciva a conservare memoria. Incubi, troppo spesso, assolutamente prevedibili date le circostanze. Un garbuglio di elementi presi qua e là da ogni esperienza vissuta, che la sua mente rimescolava con l’estro di uno chef creativo, e in cui Palermo era sempre l’elemento preponderante. Il protagonista più frequente, manco a dirlo, era suo padre: l’ispettore Giovanni Guarrasi. Vanina avrebbe voluto poter decidere quando svegliarsi, in modo da estrapolare solo il bello di quelle apparizioni oniriche, risparmiandosi invece l’epilogo, che purtroppo era sempre lo stesso. Approfittare della temporanea possibilità di abbracciarlo senza poi essere costretta a rivederlo ancora una volta disteso su un marciapiede, il corpo martoriato dai proiettili, e sentirsi di nuovo come quel giorno: inerme, indifesa, impotente. Con la differenza che nel sogno non era più una bambina, era una donna. E non era affatto indifesa: era un funzionario di polizia, e le sarebbe bastato estrarre la Beretta d’ordinanza dalla fondina per modificare il corso degli eventi. Se solo ogni volta a quel punto non si fosse svegliata, sudata quasi avesse corso una maratona e col cuore fuori dal petto.
Vanina accese lo schermo dell’iPhone e lesse l’ora: le sette. Eccola là, l’altra novità dell’ultima settimana. Mai nella sua vita le era successo, come invece accadeva in quei giorni, di abbandonare il letto prima ancora che la sua batteria di sveglie iniziasse a suonare. Disattivò le prime due sul telefono e si alzò. Si trascinò in cucina e disinserì la terza, quella meccanica, che quando iniziava a suonare, vibrando sui piedini, non dava tregua finché qualcuno non premeva con forza il tasto metallico sul bordo superiore. Con un occhio chiuso e uno aperto si preparò il caffè, due capsule in una tazza, e si diresse verso il soggiorno per berlo davanti alla vetrata che dava sull’agrumeto."

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