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OPERA PRIMA

“Fractal” al Tao Film Fest: il teatro della vita

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In gara la regista iraniana Rezvan Pakpour. Il film fa parte di una trilogia sullo studio delle cause e delle scelte dei comportamenti umani e il cui seguito è già in fase di scrittura

Il nome della compagnia di un gruppo di studenti di teatro underground è emblematico: “Silence”. Ed è alle prese con le ultime prove prima del debutto dello spettacolo “Fractal”, che è anche il titolo dell’opera prima della regista iraniana, Rezvan Pakpour, in concorso al Taormina Film Fest.
Un gioco al massacro tra le mura di un teatro, metafora della società contemporanea, tra colpi di scena, contrasti, scontri, invidie, ripicche. La piccola compagnia indipendente, infatti, è un microcosmo che replica le dinamiche peggiori della contemporaneità, dal totalitarismo all’individualismo.
Il film fa parte di una trilogia, il cui seguito è già in fase di scrittura, sullo studio dei comportamenti umani, una robetta non da poco. «Ho iniziato a scrivere “Fractal” - spiega la regista, in collegamento e felice di essere stata selezionate per TFF –dopo avere letto la Teoria della scelta di William Glasser, secondo la quale l’uomo sceglie i suoi comportamenti in base alle sue necessità. Contemporaneamente sono stata testimone delle devastazioni nel Medio Oriente, tra guerre civili, rivolte e la caduta di molte dittature. Giustizia, autorità, libertà, ipocrisia: ho pensato alle cause scatenanti di questi e altri comportamenti. La Storia è un ottimo giudice e, soprattutto, ci ha lasciato tracce indelebili di molti eventi scatenati da due bisogni primari dell’uomo: la libertà e il potere. Se crediamo che ogni opera d’arte debba essere “figlia del suo tempo”, “Fractal” è un bambino assolutamente degno del suo tempo. L’idea nasce dalla città e dal Paese in cui vivo-prosegue- luogo in cui deflagrano conflitti che si collegano al concetto di dominio e alla sete di potere. Dal desiderio di manipolare gli altri fino a trasformarli in marionette».

Spruzzi di Pirandello o di Lars von Trier di “Dogville”, teatro al cinema: «Le marionette sono prive di desiderio, corpi senza emozioni. La realizzazione di questo film è stata per me un’esperienza eccezionale: il risultato è un lavoro quasi mai visto nel cinema iraniano per quel suo non essere convenzionale nello stile e nei contenuti. Ho trovato grande collaborazione nel produttore che ha acceso la passione in me e nella troupe: è sempre stato un sogno lavorare con questa giovane generazione di artisti iraniani».
La scelta del cast: «È stato selezionato tra attori teatrali: alcuni avevano vissuto davvero certe situazioni del film e molto è stato lasciato all’improvvisazione. Inoltre, ho utilizzato anche la mia esperienza in psicologia».

Sette mesi di lavoro in studio e un mese nella location principale delle riprese, palazzone fatiscente, in linea con il tema del crollo: «Le persone coinvolte aspettano una sorpresa, un evento speciale, ignari che non li aspetta niente di speciale. La verità è nascosta e la doppiezza e la disonestà impediscono che venga trovata. Nessuno la cerca, forse perché accettare l’amara verità è sempre difficile o forse perché fa perdere alcuni benefici individuali. Solo Maya prova a fermare quello che sembra l’inevitabile corso degli eventi. È lei il nostro eroe, una donna severa e testarda che si oppone alla società patriarcale in cui vive. L’unica a percepire quanto sia necessario un cambiamento».
Ieri sera sul Teatro Antico ha fatto irruzione il ricordo di Franco Battiato, quello firmato da Luca Madonia, grande amico del Maestro, un’amicizia suggellata anche da un’intensa collaborazione artistica. Un momento che – in tema col Festival – ha esplorato il rapporto stretto di Battiato con il cinema, una relazione fittissima, fatta di film da regista, di brani diventati colonne sonore. E iniziata – stenterete a crederlo – durante l’infanzia quando il tetto di casa Battiato ospitava un’arena cinematografica all’aperto. Quando anche solo “ascoltare” un film, può far nascere una grande passione.

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