Lunedì, 29 Novembre 2021
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PAROLA ALL'ESPERTO

Dioniso, attrazione fatale. A Siracusa le "Baccanti" di Euripide

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Il fascino enigmatico restituito dalla messa in scena di Carlus Padrissa per l'Inda. Parla Anna Maria Russo, professore associato di Filologia e Drammaturgia classica all'Università di Messina
rappresentazioni classiche siracusa, Sicilia, Cultura
Tutto lo spazio del teatro, terrestre e aereo, è "occupato". La magnifica scena delle "Baccanti" a Siracusa (Foto: Pantano)

Che un dio ricopra un ruolo in una tragedia greca non è di per sé un fatto eccezionale. È però solo nelle “Baccanti”, scritte da Euripide negli ultimi anni della sua vita, tra il 408 e il 406 a.C., alla corte di Archelao I di Macedonia – ora in scena al teatro greco di Siracusa con la regia di Carlus Padrissa –, che il ruolo di protagonista è assegnato a un dio, e non a un dio qualunque, ma a Dioniso, il destinatario del canto corale da cui, secondo Aristotele, avrebbe avuto origine la tragedia stessa come genere letterario, lo stesso sotto la cui egida ad Atene si svolgevano i festival teatrali.

Alla fine della sua grande stagione, dunque, la tragedia torna a volgersi al suo nume tutelare, portando in scena una vicenda la quale, oltre a costituire una delle più importanti testimonianze del dionisismo, ha nel suo protagonista, che ne regge tutti i fili, l’autore e il regista: quasi un omaggio al dio del teatro che, peraltro, domina la scena siracusana nella monumentale sagoma di un robot con le corna di toro, secondo una delle sue metamorfosi animali, che gioca un ruolo anche nell’illusionismo da lui esercitato in questa tragedia.

Le “Baccanti” rappresentano, infatti, l’introduzione a Tebe del culto di Dioniso attraverso la crudele vicenda di inganno e punizione in cui quest’ultimo, come già l’Oreste delle “Coefore” eschilee, coinvolge la sua famiglia, colpevole di disconoscerne la divinità. Come a Siracusa ricorda l’albero genealogico (scritto a terra col gesso) che occupa metà dell’area circolare dell’orchestra, Dioniso è infatti nipote di Cadmo – fondatore di Tebe, che in questa tragedia ha abdicato in favore del giovane Penteo – e cugino del re. Sua madre è Semele, sorella di Agave, la quale ha generato Penteo unendosi a Echione, uno degli Sparti capostipiti della nobiltà tebana (sono questi i cinque guerrieri superstiti tra quelli nati dai denti del drago ucciso all’atto di fondare Tebe e sopravvissuti alla lotta ingaggiata tra loro); suo padre, però, è Zeus.

Il re dell’Olimpo non solo lo ha generato, ma ne ha portato a termine la gestazione cucendoselo nella coscia, quando, dietro incauta richiesta di Semele, le si è mostrato come signore dei nembi e lei, fulminata, lo ha partorito anzitempo. Ma le sorelle della donna hanno diffuso un’altra versione della vicenda, accusando Cadmo di aver inventato la storiella dell’amante divino pur di coprire una sconveniente liaison della figlia.

Per farsi riconoscere come dio e difendere l’onore della madre, Dioniso ha pertanto mutato la sua forma da divina in umana e, fingendosi un sacerdote del suo culto alla testa di un gruppo di seguaci (il coro delle Baccanti d’Asia che dà il nome alla tragedia) è giunto a Tebe per prendersi la sua vendetta: a Siracusa, il suo ingresso in scena attraverso una grossa testa di rete metallica, che oltre alla reggia di Penteo sembra rappresentare la gabbia della razionalità e dell’ordine, prefigura lo scardinamento della famiglia e della comunità provocato dall’irruzione del nuovo culto.

Quando la tragedia ha inizio, come il dio stesso comunica agli spettatori nel prologo, il suo piano ha già preso avvio: avendole rese folli, ha spinto le sorelle della madre e tutte le donne di Tebe ad abbandonare fusi e telai e a fuggire sul monte Citerone, nei pressi della città; qui esse, indossato il costume di Dioniso – una pelle di cerbiatto, la nebride, e una canna su cui è innestata una pigna e si arrampica un tralcio d’edera, il tirso –, sperimentano una regressione allo stato di natura, celebrando il dio.

Il resoconto di un messaggero restituisce i tratti di questa “anticittà” femminile, in cui le donne vivono in una comunione idilliaca con la natura, allattando cuccioli di cerbiatto e lupacchiotti in una maternità indifferenziata e promiscua, ma sono pronte ad abbandonarsi a una sfrenata violenza non appena si sentono aggredite.

Sono i due poli, opposti e complementari, del culto di un dio che può essere a un tempo «terribile e dolcissimo», di un irrazionale che contempla l’estasi come liberazione della personalità (lo esprimono le danze sfrenate e i canti del coro al suono penetrante e percussivo di auli e timpani, che a Siracusa potenziano il loro effetto ipnotico grazie all’occupazione a tutto tondo dello spazio del teatro, terrestre e aereo) e l’alterazione mentale come forza soprannaturale e devastante. Di questa alterazione la vittima più insigne sarà proprio il giovane re il cui nome significa «il sofferente», l’unico oppositore del dio.

Non solo le donne tebane, infatti, sono passate a Dioniso, ma anche il vecchio Cadmo e l’indovino Tiresia, il quale abbandona qui i panni tradizionali di veggente per vestire quelli di un raffinato intellettuale, che si esprime con modi e temi della cultura sofistica. È pertanto Penteo a rappresentare l’ultimo baluardo della città contro quello straniero ambiguo e subdolo di cui subisce il fascino androgino (non sorprende la scelta di Padrissa di assegnarne il ruolo a una donna), il quale lo inganna e lo spiazza con metamorfosi e prodigi fino allo scacco finale: la morte sul Citerone per mano delle inconsapevoli Baccanti, che gli danno la caccia come a un leone montano, facendolo a pezzi in un rituale sparagmòs.

Non può che essere sconfitto in partenza, del resto, questo giovane incapace di mettersi in discussione e di accettare il diverso, che con tratto infantile minaccia di far strage di Baccanti e punire Tiresia, ed è condotto dal suo morboso moralismo a vedere nei riti bacchici il trionfo della lussuria. Per Dioniso sarà gioco facile sfruttare la voyeuristica attrazione del suo antagonista verso le presunte pratiche sessuali delle baccanti per infondergli la necessaria follia (a Siracusa tramite un canto ammaliatore da sirena) e convincerlo a salire sul monte a spiarle vestito da donna. Quando Agave, tornata in sé, contemplerà l’orrore di cui si è resa colpevole, riconoscendo nella testa che brandisce sul tirso come il bottino di una caccia gloriosa quella del figlio, la vendetta di Dioniso sarà compiuta: il suo culto è ora insediato nella città, la famiglia è distrutta.

Qual è dunque, l’interpretazione di questa terribile tragedia? Quella di una condanna senza appello del dionisismo o piuttosto di una tardiva conversione del poeta? O forse il messaggio di Euripide è che per l’uomo non c’è salvezza, né nella religione né nel sapere? Anche la messa in scena di Padrissa sembra arrendersi di fronte all’enigma delle “Baccanti”, mentre regala allo spettatore un’esperienza emotiva coinvolgente e catartica.

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