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IL COMMENTO

Presidenza Ars, Gianfranco Miccichè rimane... senza pubblico

di
Sicilia, Politica
Gianfranco Miccichè e Nello Musumeci

Fa bene Gianfranco Miccichè a rimpiangere il suo rivale storico, quel Nello Musumeci con il quale si è misurato negli ultimi 5 anni in un’altalena di duelli ruspanti e tregue, tra personalismi e sbalzi umorali che alle volte distillavano perle di infantilismo. Come se in palio ci fosse il “Super Santos”. Ora, però, il gioco è finito. La dinamica che ha incoronato il nuovo presidente dell’Ars avvia le pratiche per archiviare il ciclo di Gianfranco Miccichè. Dopo 30 anni da protagonista sul palcoscenico della politica l’uomo della valanga azzurra in Sicilia (61 parlamentari alla Casa delle libertà e zero all’Ulivo nel 1994) esce di scena accompagnato da una gelida indifferenza. La sua compagnia di giro si è sciolta nottetempo, attirata come una zanzara dalle luci della ribalta nel nuovo teatrino del centrodestra. D’altronde l’ex presidente dell’Ars non può garantire neanche un ruolo di comparsa. Fino all’ultimo ha tentato di essere ingaggiato senza accettare di essere ormai spettatore in platea, forse ingannato da una memoria bipolare che gli fa rivivere i fasti del potere, quando da regista tesseva trame e sceglieva gli attori. Eppure Gianfranco Miccichè avrebbe dovuto scorgere la penombra che lo stava avvolgendo. Si è fibrato in un’ostinata crociata contro “l’infedele” Musumeci, convinto di avere le carte per imporre un candidato al guinzaglio. E si è ritrovato con la kriptonite Schifani in casa senza avere la stoffa di Superman. Ha tentato di fare buon viso a cattiva sorte, ma è sempre stato un pessimo attore. E dietro le quinte per lui non c’era più spazio. Catapultato sul palcoscenico ha provato a recitare il suo copione, senza capire che la commedia era cambiata. Così si è ritrovato con quattro deputati smarriti nella riunione che avrebbe dovuto sparigliare i giochi di Schifani e di Fratelli d’Italia. Era il segnale che doveva indurlo a fare un passo indietro. Ma Miccichè ha tentato l’ultimo disperato attacco senza squadra, infrangendosi nel vuoto della solitudine. I suoi giocatori avevano già cambiato bandiera: «Prendo atto che quello che sta nascendo è per certi versi anche peggio del governo Musumeci. Non faccio più parte di questa maggioranza». Uno sfogo trasparente, la confessione che ammette la sconfitta, quella che spegne le luci. E magari ci sarà spazio per una rimpatriata con Musumeci, ministro in versione “soprammobile”. Ora, entrambi, avranno più tempo libero.

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