
In meno di mezza giornata il centrodestra ha rivoluzionato la raod map di breve periodo, cambiando tutte le priorità dell’Ars e trasformando l’aula in un rodeo surreale in cui c’era all’ordine del giorno la votazione di una riforma, quella sull’Urbanistica, ma tutti intervenivano per commentare la legge sul ripristino dell’elezione diretta nelle Province che era ancora in viaggio fra Palazzo d’Orleans e Palazzo dei Normanni.
Cronaca di un giorno di ordinaria follia nei palazzi della politica siciliana. Finita col ritiro della riforma urbanistica e con l’avvio del percorso della legge sulle Province, della quale fino a 12 ore prima nessuno conosceva l’esistenza.
E in questo quadro confuso è bene partire dalla fine. Per la seconda volta consecutiva il centrodestra ha fermato una legge già al voto. Era successo per la riforma degli enti locali, la settimana scorsa, è capitato di nuovo ieri. Sulla legge urbanistica, che contiene nuove regole per la redazione dei Prg accanto a una prima sanatoria limitata agli immobili costruiti sulle coste e confiscati alla mafia, non si è neppure iniziato a votare. Di fronte al muro dell’opposizione e cosciente che anche fra le proprie file erano maturati dubbi di opportunità, il centrodestra ha proposto di fermare tutto e ripartire dalla commissione Ambiente. «È ormai palese - ha commentato la grillina Martina Ardizzone - che questa maggioranza sia ai ferri corti, perché rinviare il voto persino su una norma che è prevalentemente tecnica, fa emergere le serie difficoltà del governo. Portano le norme in aula e le rinviano in commissione. Fanno tutto da soli. Facciano pace col proprio cervello e dimostrino di saper governare la Sicilia».
In realtà formalmente è una manovra diversa da quella che ha stoppato la riforma degli enti locali. Il testo sull’Urbanistica sfrutta un escamotage per non uscire dall’agenda: in commissione verrà fuso con la legge che recepisce il piano Salva Casa che Salvini ha fatto approvare a livello nazionale e che non vale ancora nell’Isola. A questo punto, da martedì prossimo Urbanistica e Salva Casa verranno votati insieme e il secondo, che gode di maggiore sostegno, spingerà il primo. Ma Pd e grillini sono sul piede di guerra perché temono gli agguati della maggioranza che tramite emendamenti vorrebbero introdurre la sanatoria lungo le coste, quella che salverebbe 200 mila costruzioni realizzate lungo le coste fra il 1976 e il 1983. Il cui big sponsor è il capogruppo di Fratelli d’Italia, Giorgio Assenza.
In più si annuncia battaglia su un articolo già inserito nel testo che salva le case costruite sulle spiagge ma sequestrate ai mafiosi e trasferite a Regione e Comuni. Nel frattempo anche Legambiente, col presidente Tommaso Castronovo, ha chiesto di fermare questa riforma: «Si continua a mantenere ambiguità sul consumo di suolo, che invece deve essere al contrario azzerato, e a prestare il fianco a palazzinari e abusivi».
Il punto è che di tutto questo in aula non si è parlato. Perché tutti i deputati che hanno chiesto la parola hanno commentato la legge che riporta le Province al voto con l’elezione diretta cancellando in corsa le elezioni di secondo livello (quelle in cui votano solo sindaci e consiglieri dei Comuni del territorio) già indette da Schifani per il 15 dicembre.
In aula si è discusso solo di un testo che ancora non c’è. Anzi, per la verità è stato spedito da Palazzo d’Orleans all’Ars proprio mentre l’aula stava per riunirsi. E solo da oggi inizierà il suo percorso in commissione Affari Istituzionali. Il clima politico però è già rovente e spacca perfino la stessa maggioranza. Per Marco Falcone, ex assessore e ora eurodeputato forzista, è un grave errore: «Temo che virate repentine o frettolose possano risolversi in una nuova magra figura. Anche la Corte Costituzionale ha censurato a più riprese il reiterarsi dei commissariamenti. Siamo l'unica Regione d'Italia a non votare per le Province, ancorché con elezioni di secondo livello. Pur apprezzando i buoni propositi riguardo il ripristino dell'elezione diretta, temo che tutto si possa risolvere in una tattica dilatoria».
Falcone parla anche di giochi di palazzo, facendo riferimento all’accordo maturato martedì sera fra Schifani e i segretari di partito per bloccare le elezioni di secondo livello, sulle quali la maggioranza stava già litigando per le candidature: ogni partito chiedeva più posti di quelli disponibili per puntare alla presidenza e in più c’era il timore che i sindaci sul territorio non rispettino poi le indicazioni delle segreterie sulle alleanze.
Così è maturata la scelta di tornare all’elezione diretta. Che però costringe la maggioranza a infilarsi in un corridoio strettissimo: la legge va approvata entro il 25 novembre, altrimenti non si potranno più bloccare le elezioni di secondo livello.
E oltre ai dubbi di Falcone ci sono quelli di Fratelli d’Italia, che teme una impugnativa della norma a Roma visto che a livello nazionale la regola è che si voti con elezioni di secondo livello per Liberi Consorzi e Città Metropolitane.
Va detto che Schifani ha avuto rassicurazioni dal ministro Calderoli che anche a Roma verrà votata una riforma simile e che questo metterà al riparo da impugnative. Ma nulla di scritto c’è su questo punto e per questo motivo ieri anche il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, ha avvertito il governo: farà rispettare i tempi regolamentari per la trattazione di questa legge e il successivo esame della attesa manovra che comprende l’assestamento di bilancio 2024 e la Finanziaria 2025. Tradotto dal politichese, per Galvagno la legge sulle province deve essere approvata non entro il 25 novembre ma nei primi giorni del mese. Altrimenti salta. Ed è su questo che scommettono perfino gli scettici del centrodestra. Ultimo risvolto di una giornata in cui nulla di ciò che si faceva in aula descriveva la realtà di ciò che sta invece succedendo.
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