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LA STORIA

«Piacere, sono Mauro»: l’uomo di Messina che ha dato ali alla sua malattia

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«Piacere, sono Mauro». Una presentazione “consueta” e ordinaria, che non aggiunge subito altri dettagli, per lui, ha un diverso significato. Infatti, Mauro Galletta, tratti da principino e animo da guerriero, che convive da anni con una malattia, la sclerosi multipla, diagnosticatagli poco più che ventenne, vuole farsi conoscere per quello che è. E oggi, che di anni ne ha appena 31, ha deciso di lanciare un messaggio di positività, perché, se è vero che certe situazioni ti piovono come un uragano, cambiandoti, è con altrettanta forza che si può dire a gran voce che «piangersi addosso non serve, ma cercare aiuto quando se ne sente il bisogno è necessario».

«Sono stato sempre un tipo dinamico – racconta Mauro – e ho iniziato a lavorare prestissimo. A 14 anni ho cominciato a fare il bagnino, poi il manovale, e piccoli lavoretti in campagna. A casa si respirava un'aria "particolare" perché papà si è ammalato di sclerosi multipla, ma io, che ancora ero un ragazzino, non davo particolare peso a questa situazione, o forse non avevo la maturità necessaria per capire fino in fondo cosa significasse».

I suoi, però, probabilmente per tenerlo protetto da tutto, hanno cercato di tenere alto l' umore, e hanno accettato di buon grado la scelta del giovane, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di andare a vivere con sua nonna, che considera una seconda mamma, lasciando Santa Teresa di Riva per trasferirsi stabilmente a Messina.

«Ho frequentato il Verona Trento ma non sono riuscito a diplomarmi, nonostante avessi tutte le potenzialità. E probabilmente ha influito molto il fatto che lavorassi tanto. A 18 anni appena compiuti mi sono arruolato anche nell’Esercito e ricordo che dopo che è finita questa esperienza sono cominciati i primi malesseri, anzi, qualcuno si è presentato pure prima. Ricordo che la vista si oscurava di botto, ma quando facevo i controlli mi dicevano che in realtà si trattava di stress».

E così, dopo aver posato la mimetica, la vita continua e il ragazzo si immerge in tanti nuovi lavori, perché l'importante era darsi da fare: «Un giorno mentre passeggiavo sono rimasto bloccato. Questi fastidi li attribuivo all’ernia, di cui soffrivo già, ma vedevo che non ero più lo stesso». Passa del tempo, la realtà ancora si deve palesare, e in una giornata qualsiasi, quando Mauro stava accompagnando il papà ad una visita di routine al Centro Neurolesi, incontra una dottoressa con i modi gentili e garbati, Silvia Marino, che lo invita a fare una serie di esami. La cartella clinica si ingrossa fino a quando si arriva alla risonanza magnetica: «Il giorno che mi hanno detto cosa avessi lo ricordo come se fosse ieri. Avevo 24 anni, i miei piangevano, mentre io cercavo di sdrammatizzare e nello stesso tempo mi sentivo anche un po’ sollevato perché finalmente avevo avuto la risposta ai tanti miei perché. In cuor mio però sapevo che dovevo fare qualcosa».

Il ragazzo così comincia ad informarsi voracemente su tutto: dalle terapie all’alimentazione da seguire, e prima di intraprendere qualsiasi cura si reca a Milano per sentire altri pareri. E in Lombardia si sottopone ad altri esami. «L'empatia – insiste Mauro – mancava più di tutto. O forse la pretendevo perché per me quella era una situazione nuova capitata quando andavo davvero a 3000. Fortunatamente nel mio percorso qualcuno ha fatto la differenza. Tornato a Messina ho conosciuto al Centro Neurolesi, dove sono in cura, la dottoressa Margherita Russo, medico neurologo, che mi ha dato nelle fasi iniziali e continua a darmi un grande supporto».

Il giovane, che lavorativamente si è reinventato e appena può si arma di guantoni, ha capito che doveva fare qualcosa in più. E ad un certo punto ha deciso di diventare prima volontario Aism e poi di fare servizio civile. «La malattia ti cambia anche a livello emotivo e cambiano anche le priorità. In questo mondo ho avuto la possibilità di conoscere persone splendide e vissuto anche delle esperienze particolari. Portavamo a fare terapie le persone con la mia stessa patologia, attivavamo raccolte fondi e non dimenticherò mai il salto in tandem, una vera impresa per me che soffro di vertigini, che mi ha dato una forza in più». Nel suo futuro vede una casa piena di bambini a cui vorrebbe trasmettere lo stesso messaggio che ha imparato sulla sua pelle: «Non arrendersi mai e andare avanti nonostante le difficoltà che la vita ti può riservare».

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