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MAGISTRATO MARTIRE

Rosario Livatino, "Il giudice di Canicattì" è beato

In diretta Rai la cerimonia di Beatificazione il cui inizio è fissato per le 10 in cattedrale ad Agrigento. A presiedere la solenne concelebrazione sarà il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della congregazione delle cause dei Santi. Poco più di duecento gli ammessi in cattedrale
Sicilia, Televisione
Rosario Livatino

Canicattì, la città di Rosario Livatino, il primo Magistrato Martire elevato agli onori degli altari, questa mattina si è svegliata insolitamente presto nonostante la giornata domenicale. Tutti vogliono essere davanti al televisore per seguire in diretta Rai la cerimonia di Beatificazione il cui inizio è fissato per le 10 in cattedrale ad Agrigento. A presiedere la solenne concelebrazione sarà il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della congregazione delle cause dei Santi. Poco più di duecento gli ammessi in cattedrale.

La «chiesa universale» di Rosario Livatino fatta da fedeli e concittadini resterà fuori dal luogo di culto e distante dall’area della cattedrale di Agrigento, off limits già da giovedì scorso. «Questa non è la festa - dice Giuseppe Palilla, presidente dell’Associazione intitolata al Magistrato e suo compagno - che meritava ed avrebbe gradito Rosario. Anche chi ha supportato con me e le Associazioni e Postulazione diocesana di questa causa è stato tenuto lontano da questa festa. Ci scusiamo per colpe non nostre e cercheremo di rimediare».

La reliquia del nuovo Beato Rosario Livatino è la camicia intrisa di sangue indossata nel momento del martirio dal giovane magistrato ucciso dalla mafia, il 21 settembre di 31 anni fa, nell’agguato di mafia. E’ stata portata processionalmente e collocata nei pressi dell’altare e adornata di ceri e di fiori. L’indumento è stato incensato e venerato dal presidente dell’assemblea liturgia e verso esso si indirizzano continuamente gli sguardi dei vescovi, dei sacerdoti e dei fedeli presenti.

Il gruppo di lavoro sulla "scomunica della mafie"

Per onorare Rosario Livatino, primo magistrato beato nella storia della Chiesa, che ha esercitato coraggiosamente la professione come missione laicale, presso il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è stato costituito un Gruppo di lavoro sulla “scomunica alla mafie”, con l’obiettivo di approfondire il tema, collaborare con i Vescovi del mondo, promuovere e sostenere iniziative.

Il Gruppo è composto da:

Prof. Vittorio V. Alberti, officiale Dicastero per il Serevizio dello Sviluppo umano integrale

On. Rosy Bindi, già Presidente della Commissione Parlamentare antimafia italiana

don Luigi Ciotti, Presidente di Libera

don Marcello Cozzi, docente Pontificia Università Lateranense, Diocesi di Potenza

don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei Cappellani delle carceri

Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale (PA)

Dott. Giuseppe Pignatone, già Procuratore capo della Repubblica di Roma

Ioan Alexandru Pop, Pontificio Consiglio Vaticano per i testi legislativi

Il testamento

«Dinanzi all’Eterno non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili». Questo il pensiero di Rosario Livatino. Parole che sono una strada che il giudice beato ha sempre percorso. Nella sua agenda del 1978 c'è un’invocazione sulla sua professione di magistrato, datata 18 luglio, che suona come consacrazione di una vita: «Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Fede e diritto, come Livatino spiegò in una conferenza tenuta a Canicattì nell’aprile 1986 a un gruppo culturale cristiano, sono due realtà «continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile».

Rifacendosi ad alcuni passi evangelici, Livatino osservava come Gesù affermi che «la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana; e forse può in esso rinvenirsi un possibile ulteriore significato: la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito e non in quei termini formali».

Ancora su questo aspetto, Livatino dichiarava: «Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere 'giusti', anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perchè è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano».

Rispetto al ruolo del magistrato, nella stessa conferenza, Livatino affermava: «Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perchè il rendere giustizia è realizzazione di se stessi, è preghiera, è dedizione a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata».

E ancora: «Nel corso di un regolamento di conti, un boss mafioso viene colpito a morte. A un ufficiale dei carabinieri tutto soddisfatto e gongolante accanto a quel corpo senza vita, Livatino dice: "Di fronte alla morte chi ha fede, prega; chi non ce l’ha, tace!'».

Il racconto di Ida Abate, sua insegnante al liceo

Un racconto puntuale e commosso del magistrato ucciso lo fornì Ida Abate, sua insegnante al liceo; un racconto che inizia dall’agenda dell’anno 1990 che gli investigatori trovarono tra le sterpaglie del vallone dove Rosario Livatino trovò la morte. Nella prima pagina spiccava una sigla, «STD». Cosa poteva significare? Certamente doveva avere un senso dal momento che era stata scritta dalla mano ferma del magistrato. Il pool investigativo scomodò persino esperti di enigmistica a Roma, nella speranza di trovare una soluzione a quello che fu definito «il giallo delle tre lettere». Fu vano ogni tentativo di decifrazione. Alcuni mesi dopo il delitto un giornalista svelò il mistero ricordando la figura di Rosario Livatino, «giovane magistrato indipendente, incorruttibile e trasparente, condannato a morte in quanto reo di essere pericolosamente onesto». «Rosario Livatino - disse il giornalista - aderiva a un 'partitò che aveva una sigla, STD, Sub Tutela Dei: questo il partito del giudice Livatino, questo e non altri!». Quella STD si trova in tutte le agende del magistrato e ricorda le invocazioni con le quali, in età medievale, si chiedeva divina assistenza nell’adempimento dei pubblici uffici.

Papa Francesco: "Livatino esempio per tutti"

Nella prefazione al libro «Rosario Angelo Livatino. Dal 'martirio a secco' al martirio di sangue», a cura di Vincenzo Bertolone, Papa Francesco ricordava una frase che il giudice rivolse ai suoi carnefici: «'Picciotti, che cosa vi ho fatto?', riuscì a domandare, prima che il suo viso da Gesù bambino, come lo definì un suo amico, fosse deturpato dai proiettili. Erano le parole di un profeta morente, che dava voce alla lamentazione di un giusto che sapeva di non meritare quella morte ingiusta. Parole che gridavano contro gli Erodi del nostro tempo, quelli che, non guardando in faccia all’innocenza, arruolano perfino gli adolescenti per farli diventare killer spietati in missioni di morte».

Grido di dolore e al tempo stesso di verità, prosegue Papa Francesco, «che con la sua forza annienta gli eserciti mafiosi, svelando delle mafie in ogni forma l’intrinseca negazione del Vangelo, a dispetto della secolare ostentazione di santini, di statue sacre costrette ad inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata». Per questo, ripensando alla figura del magistrato siciliano, ribadisce quanto espresse già nella Sala Clementina il 29 novembre 2019: «Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni». L’attualità di Rosario Livatino «è sorprendente» per Francesco, perchè «coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti 'nuovi diritti’, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo».

Fede che diviene prassi di giustizia e che perciò fa del bene al prossimo: ecco le caratteristiche spirituali di Rosario Angelo Livatino. Egli pensava, fin da laureato in diritto, al modo migliore di svolgere il ruolo di giudice. Soffriva molto nelle pronunce penali nei confronti degli imputati, perchè constatava come la libertà, male interpretata, avesse infranto la regola della giustizia». E nello stesso momento in cui doveva giudicare secondo legge, si poneva da cristiano il problema del perdono. Compiendo quotidianamente «un atto di affidamento totale e generoso a Dio, egli è un luminoso punto di riferimento per gli uomini e le donne di oggi e di domani, soprattutto per i giovani che, tuttora, vengono irretiti dalle sirene mafiose per una vita di violenza, di corruzione, di sopraffazione e di morte».

La sua testimonianza martiriale di fede e giustizia, è l’indicazione del Papa, «sia seme di concordia e di pace sociale, sia emblema della necessità di sentirci ed essere fratelli tutti, e non rivali o nemici. Il buon odore di Cristo che si spande dal corpo martirizzato del giovane giudice diventi allora seme di rinascita - come già avvenuto per alcuni dei suoi sicari e mandanti, oggi sulla via della penitenza e della conversione - per tutti noi, in particolare per coloro che ancora vivono situazioni di violenza, guerre, attentati, persecuzioni per motivi etnici o religiosi, e vari soprusi contro la dignità umana. A Rosario Angelo Livatino, oggi anche attraverso la sua beatificazione, rendiamo grazie per l’esempio che ci lascia, per aver combattuto ogni giorno la buona battaglia della fede con umiltà, mitezza e misericordia. Sempre e soltanto nel nome di Cristo, senza mai abbandonare la fede e la giustizia, neppure nell’imminenza del rischio di morte. E’ questo il seme piantato, è questo il frutto che verrà».

Il giudice beato fu ucciso il 21 settembre 1990. Il 3 ottobre Rosario Livatino avrebbe compiuto 38 anni, A bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicattì dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento, quando fu avvicinato, braccato e ucciso senza pietà da un commando mafioso.

"Ucciso perchè contro una giustizia lassista"

In base alla sentenza che ha condannato al carcere a vita sicari e mandanti, Livatino è stato ammazzato perchè «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia».

"Mafiosi convertitevi!"

Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che definì «martire della giustizia e indirettamente della fede», quando da Agrigento il 9 maggio del 1993, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia, aggrappato al Crocifisso lanciò il suo grido di pastore e profeta, in un contesto dilaniato dalle stragi e dalle faide di mafia e caratterizzato da posizioni ancora troppo timide da parte delle istituzioni, Chiesa compresa. Dopo aver incontrato ad Agrigento i genitori di Livatino, dirà degli uccisi dalla mafia: «Sono martiri della giustizia e indirettamente della fede». In quel contesto pronunciò il suo anatema contro la mafia. Queste le parole del Papa santo che tuonarono nella Valle dei Templi: «Che sia concordia! Dio ha detto una volta: non uccidere! Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione... mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta contraria, civiltà della morte!. Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!».

La statale della morte

Il mattino in cui lo uccisero, il giudice stava percorrendo i duecento metri del viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla città dei templi, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo hanno affiancato costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari hanno sparato numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino ha tentato una disperata fuga, ma è stato bloccato. Sceso dal mezzo, ha cercato scampo nella scarpata sottostante, ma è stato ammazzato con una scarica di colpi. Sul posto i colleghi del giudice assassinato; da Palermo l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Rimane ancora oscuro il vero contesto in cui è maturata la decisione di eliminare un giudice non influenzabile.

Prima di lui, il 25 settembre 1988, furono uccisi il presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo Antonino Saetta e il figlio Stefano trucidati in un agguato mafioso sempre sulla statale Agrigento-Caltanissetta, sul viadotto Giulfo, mentre, senza scorta e con la loro auto, facevano rientro a Palermo.

La Tangentopoli siciliana e "il ragazzino"

Rosario conseguì la laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo il 9 luglio 1975 a 22 anni col massimo dei voti e la lode. Nella sua attività Livatino si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni. La storia di Livatino è stata raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro «Il giudice ragazzino», titolo che riprende la definizione di Francesco Cossiga. «Livatino e la sua storia - scriveva Dalla Chiesa - sono uno specchio pubblico per un’intera società e la sua morte, più che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione».

"Picciò, che cosa vi ho fatto?"

Per don Giuseppe Livatino, primo postulatore del processo di beatificazione nella Diocesi di Agrigento, apparve «subito chiaro che la storia e il miracolo di Rosario Livatino non rispondevano al clichè del 'giudice ragazzino' che va incontro alla morte senza sapere e capire». Livatino affronta «il sacrificio supremo nella piena consapevolezza perchè erano già chiare le indiscrezioni che circolavano nell’estate del 1990». Il sacerdote richiama soprattutto due episodi: «L'ultima frase, prima del colpo di grazia, guardando in faccia gli assassini che lo avevano inseguito: 'Picciò, che cosa vi ho fatto?'. Li richiama. Aziona l’arma del dialogo. Lascia un quesito che germoglia e lentamente porterà chi spara a pentirsi». Per il religioso, Livatino è stato un giudice «giusto» in quanto «alla legge bisogna dare necessariamente un’anima, sosteneva. Spiegando che l’obiettivo della giustizia è redimere chi sbaglia e reinserirlo nella società civile».

Don Ciotti: "Oggi più che mai Rosario vive"

"Ora che è beato, dobbiamo stare attenti a non farne un santino da invocare o da celebrare. Il miglior modo per ricordarlo è invece imitarlo nel suo luminoso esempio di virtù civili e cristiane. Oggi più che mai, Rosario Livatino vive". Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele. "Rosario Livatino - ha aggiunto - vive nella memoria di chi l’ha conosciuto. Vive nel lavoro della cooperativa di giovani che porta il suo nome, e coltiva le terre confiscate ai boss. Vive nell’ammirazione di tanti magistrati, giuristi e studenti che a lui si ispirano nel coltivare l’amore per il diritto e soprattutto per i diritti di ogni persona. Vive nell’impegno di chiunque si spenda contro ogni forma di prepotenza, violenza e sopraffazione dell’uomo sull'uomo. Non era un uomo dalle grandi certezze, ma piuttosto dalle grandi e coraggiose domande. Il dubbio, la domanda profonda e feconda, erano il motore del suo pensiero e la premessa del suo agire. Sia nella fede che nella professione. Non gli interessavano una fede esibita o una carriera brillante. Aderiva con sincerità di cuore al Vangelo e lo incarnava nelle sue scelte di vita. Con altrettanta sincerità aderiva alla legge per farla rispettare, sapendo però che la legge è sempre solo un mezzo, mentre il fine è la giustizia. L’abitudine a interrogare senza sconti la propria coscienza non lo rendeva incerto nell’azione. Era anzi un magistrato risoluto, capace di portare avanti inchieste scomode e imboccare strade innovative, ad esempio riguardo alla confisca dei beni mafiosi".

"Un’altra sua caratteristica - conclude don Ciotti - era l’enorme senso di responsabilità. Si sentiva responsabile verso lo Stato e verso il ruolo di tutore della legge che gli aveva affidato. Ma si sentiva tanto più responsabile verso le persone, i loro diritti e la loro dignità. Le sue bussole erano il Vangelo e il Codice, che sempre teneva a portata di mano. Nei mesi prima dell’omicidio, era consapevole dei rischi che stava correndo. E scriveva: 'vedo scuro nel mio futur0'. Il suo coraggio nell’accettare la possibilità della morte non va però confuso con un’aspirazione a morire. Era innamorato della vita, come tutti coloro che vivono senza risparmio, perchè la vita non si può risparmiare ma soltanto appunto vivere più o meno intensamente".

Due film per celebrare "Il giudice ragazzino" di Canicattì

Il giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990, all’età di 38 anni, nei pressi di Canicattì dalla Stidda, organizzazione mafiosa siciliana, sarà proclamato beato, nella cattedrale di Agrigento. Per celebrare questa occasione Rai Movie (canale 24 del digitale terrestre) trasmetterà, alle 15.45, il film «Il giudice ragazzino». Liberamente tratta dal libro Il giudice ragazzino di Nando Dalla Chiesa, la pellicola racconta la storia del giovane magistrato siciliano Rosario Livatino, attivo nella zona di Agrigento, dove è impegnato nella lotta alla mafia, tra connivenze politiche e omertà. Compiendo il proprio dovere indefesso e senza compromessi, finisce presto nel mirino dei boss. Diretto da Alessandro Di Robilant, con Giulio Scarpati (David di Donatello nel 1994 come miglior attore), Sabrina Ferilli, Leopoldo Trieste, Regina Bianchi e Paolo De Vita.

Un ritratto del giudice Livatino lo propone invece il documentario «Il giudice di Canicattì», in onda alle 15 su Rai Storia. Il documentario propone immagini del magistrato e interviste esclusive, come quella al Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che di Livatino fu collega e che testimonia un passaggio che lo vede coinvolto in un aneddoto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nei locali del Comune di Canicattì poche ore prima che venisse celebrato il rito funebre di Livatino. Un episodio che riemerge grazie a documenti fotografici, come quelli di Tony Gentile, e filmati con le immagini di archivio di Rai Teche. Fra gli interventi anche quelli di Pietro Grasso, Stefano Dambruoso, Salvatore Cardinale, Luigi Ciotti, Ida Abate e altri come don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione; l’avvocato Giovanni Tesè e il professor Giuseppe Palilla, compagni di scuola di Livatino.

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