Martedì, 12 Novembre 2019
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Terzo livello, processo ai "colletti bianchi" di Messina: Emilia Barrile condannata a 8 anni e 3 mesi

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Sedici condanne. Alcune perfino parecchio più dure rispetto a quanto aveva chiesto la Procura. Un'unica assoluzione. Il riconoscimento di un'associazione a delinquere e soprattutto del “traffico di influenze illecite” ex art. 346 bis del codice penale, aspetto quest'ultimo su cui non ci sono ancora oggi molte sentenze nel nostro Paese.

Quindi il riconoscimento della teoria accusatoria sull'esistenza di un “comitato d'affari” composto da professionisti, imprenditori, politici ed esponenti della criminalità, che gestivano la cosa pubblica messinese. E poi una “sibillina” trasmissione degli atti al pm «per le valutazioni di competenza», che sarà spiegata nella futura motivazione, e potrebbe anche prefigurare altri coinvolgimenti. Nelle pieghe delle tre pagine di sentenza del processo “Terzo livello” che il presidente della prima sezione penale Letteria Silipigni ha letto in un'aula stracolma alle sei del pomeriggio di ieri, un processo chiuso a tempi di record in nove mesi, visto che era iniziato a gennaio, ci sono parecchi aspetti da valutare.

Le condanne

Il dato più eclatante della sentenza è intanto che l'ex presidente del consiglio comunale Emilia Barrile è stata condannata a otto anni e tre mesi di carcere. Una condanna durissima. Sono sette i capi d'imputazione che i giudici hanno ritenuto sussistenti a suo carico, accuse molto pesanti: la “conduzione” dell'associazione a delinquere ipotizzata, tre ipotesi di traffico di influenze illecite, un caso di turbativa d'asta, un accesso abusivo a sistema informatico, un'induzione indebita a dare o promettere utilità. Ecco invece le altre condanne: Marco Ardizzone, 8 anni e 8 mesi più 2000 euro di multa; Giovanni Luciano, 2 anni e 3 mesi; Francesco Clemente, un anno e 3 mesi (pena sospesa); Carmelo Pullia, un anno e 8 mesi; Antonio Fiorino, 2 anni e 3 mesi; Daniele De Almagro, 2 anni e 6 mesi; Angelo e Giuseppe Pernicone, 2 anni; Vincenzo Pergolizzi, 5 anni e 6 mesi; Carmelo Cordaro, 4 anni; Michele Adige, 4 anni; Vincenza Merlino, 4 anni; Teresa Pergolizzi, 2 anni e 6 mesi; Stefania Pergolizzi, 2 anni e 6 mesi; Sonia Pergolizzi, 2 anni e 6 mesi. L'unico ad essere assolto dal reato a suo carico - un'ipotesi di turbativa d'asta con aggiudicazione alla coop “Universo e Ambiente” della Barrile, quando era presidente dell'Amam -, è stato Leonardo Termini, con la formula «perché il fatto non sussiste». Assoluzioni parziali hanno registrato anche Ardizzone, Barrile e Luciano (in relazione alla condotta riferita alla coop “Universo e Ambiente”), Vincenzo Pergolizzi, e Clemente. Proprio quest'ultimo ha incassato assoluzioni “di peso”: dall'appartenenza all'associazione a delinquere con la formula «per non aver commesso il fatto», da un caso di traffico di influenze illecite (l'aver messo in contatto con il “comitato d'affari” l'imprenditore Pergolizzi per la vendita di un terreno) con la formula «perché il fatto non sussiste».

Le parti civili

Il capitolo delle parti civili. A seconda delle condanne inflitte per tipologia di reati, alcuni imputati sono stato condannati a risarcire in un futuro processo civile il Comune di Messina, l'Atm, l'Amam e la parte civile privata Tindara Aiello, l'ex dipendente di una ditta dell'imprenditore Fiorino.

Le confische

E sempre in sentenza, altro fatto di notevole rilevanza, i giudici hanno disposto la confisca «delle società nonché degli immobili in sequestro», per un valore stimato dalla Dia di oltre 30 milioni di euro. Si tratta per larga parte delle società dell'imprenditore Pergolizzi, ovvero Peredil, Costeson ed Ergi.

L'associazione e i ruoli

Dopo la sentenza di ieri quindi, secondo i giudici di primo grado, le indagini degli investigatori della Dia hanno provato che imprenditori, funzionari, costruttori e manager delle municipalizzate avrebbero fatto parte di un comitato d'affari che condizionava a fini privati l'attività del Comune. Al centro c'era l'ex presidente del consiglio comunale Emilia Barrile. Tra i nomi coinvolti anche quello dell'ex direttore generale dell'azienda di trasporti Atm, Daniele De Almagro, che sarebbe stato favorito dalla Barrile in cambio dell'assunzione nella società di un autista, che non aveva i requisiti per svolgere il lavoro, il costruttore milazzese Vincenzo Pergolizzi, a cui la Barrile avrebbe fatto acquistare un terreno comunale dove doveva realizzare una palazzina. E tra i condannati ci sono anche il commercialista Marco Ardizzone e gli imprenditori Angelo Pernicone e Giuseppe Pernicone, titolari di una società di vigilanza che svolgeva l'attività in occasione di eventi allo stadio. In cambio di agevolazioni nelle pratiche amministrative la Barrile avrebbe ottenuto l'assegnazione a una coop che controllava della gestione dei punti di ristoro allo stadio. Ardizzone, che è ritenuto il “consigliori” della Barrile, fin dagli anni 90 secondo gli investigatori della Dia sarebbe stato vicino al gruppo criminale mafioso dei «Mancuso di Gravitelli». La Barrile, approfittando del suo ruolo politico, avrebbe fatto avere a una coop che controllava, la “Universo e Ambiente”, il servizio di pulizie dell'Amam, l'Azienda meridionale delle acque. Alle dipendenze della società fu assunto con un ruolo di vertice Carmelo Pullia, elemento mafioso del clan Mancuso, recentemente scarcerato dopo una detenzione ventennale. Le cooperative riconducibili all'ex presidente del consiglio comunale, anche grazie ad una alternanza tra periodi di lavoro e periodi di disoccupazione gestiti tramite patronati compiacenti, venivano usati come strumento per dare posti di lavoro e acquisire diffuso «consenso popolare».

Pergolizzi

Dall'inchiesta sarebbe emerso anche il tentativo dell'imprenditore Pergolizzi, ritenuto vicino alla mafia tirrenica e di Barcellona Pozzo di Gotto e sottoposto a misura di prevenzione, di sottrarre, attraverso la complicità di familiari e persone di fiducia, il suo patrimonio al sequestro antimafia e di evitare il recupero del credito erariale, quasi un milione di euro, da cui le sue società erano gravate. Con una serie di «trasformazioni» societarie per mezzo dei propri familiari, ha inscenato fittizie controversie con dipendenti di fiducia, per svuotare fraudolentemente le società di beni e capitali.

 

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