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Ustica, il Mig e la barra di uranio

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Una barra di uranio nascosta in una valigia. E due aerei abbattuti: un Dc 9 carico di passeggeri, diretto in Sicilia e precipitato nel mare di Ustica e un Mig 21 con le insegne dell’aviazione militare libica finito tra i boschi della Sila.

In mezzo l’ombra d’un patto scellerato tra i servizi segreti dei Paesi Nato e lo scheletro d’un “caccia” F14 americano comparso tra le balze di Castelsilano la mattina del 28 giugno 1980. Dopo quarant’anni, la strage di Ustica è ancora una questione irrisolta da tutti i punti di vista: giudiziario, militare e storico. Ma ripartiamo dall’inizio.

L’aereo scomparso dal controllo dei radar“Itavia 870”. Questa era la sigla del Dc 9 Itavia in volo la sera del 27 giugno 1980 da Bologna e Palermo. L’aereo scomparve con 81 persone a bordo dai radar nel cielo di Ustica e venne ritrovato spezzato sul fondale di quell’area del Mediterraneo. Alle iniziali ipotesi del «cedimento strutturale» e della «bomba a bordo» seguirà, prendendo sempre più corpo, la pista dell’abbattimento del velivolo attraverso l’utilizzo d’un missile.

A questo scenario – definitivamente accreditato dal giudice istruttore Rosario Priore con una sentenza ordinanza depositata nel 1999 – è collegato il ritrovamento, il 18 luglio del 1980 a Castelsilano, comune posto a cavallo tra le province di Cosenza e Crotone, di un Mig dell’aviazione militare libica. La tesi sostenuta dal magistrato inquirente è che venne organizzato quella notte un attacco aereo contro il velivolo, che volava nascosto nella scia del Dc 9 Itavia, nel quale avrebbe dovuto trovarsi il leader della Libia, Muammar Gheddafi. Il rais tripolitano, particolarmente inviso a francesi, inglesi, israeliani e americani, era scortato da due Mig, uno dei quali fu poi ritrovato in Sila. I “caccia” occidentali fecero fuoco colpendo per errore il jet civile.

Gheddafi, al momento dell’attacco era tuttavia già in salvo, perchè il servizio segreto militare italiano l’aveva avvisato poche ore prima della “trappola” mortale. Il generale Giuseppe Santovito, direttore del Simi, aveva infatti contattato il colonnello originario di Sirte e il suo braccio destro, Jalloud, per far cambiare rotta e programma. I Mig, invece, erano rimasti in volo secondo l’originario piano e, celati in scia, stavano probabilmente rientrando nella base più vicina.

Ma gli “alleati” del Patto Atlantico tutto questo non potevano saperlo. Solo a partire dal gennaio del 2007, dopo depistaggi clamorosi e la morte sospetta di almeno quattro addetti ai centri radar militari italiani in servizio in quella torrida notte d’estate dell’Ottanta, l’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ruppe ufficialmente il silenzio sulla vicenda confermando, in più occasioni, che il Dc 9 era stato abbattuto da un areo militare di un Paese della Nato «né italiano, né americano», spingendosi a riferire dell’utilizzo di un «missile francese». Di più: l’ex leader politico democristiano, che nel giugno 1980 era Presidente del Consiglio, rivelò pure sibillinamente che subito dopo l’abbattimento «un ufficiale pilota francese si tolse la vita».

Le sentenze civili e il bunker di Gheddafi

Nell’aprile 2013 la Corte di Cassazione italiana ha stabilito che l’aereo è stato disintegrato da un missile, ordinando il risarcimento per le famiglie delle vittime. Il governo francese, nel frattempo, dopo una lunghissima attesa, ha trasmesso alla procura di Roma i tracciati di quella notte di battaglia. I preziosi documenti sono all’esame dei pm Amelio e Monteleone, titolari della nuova inchiesta avviata per tentare di ricostruire la verità. Una verità forse raccontata nei documenti ritrovati nel quartiere generale di Tripoli, nel 2011, dove Gheddafi , ucciso quell’anno a Sirte, teneva nascoste le carte più compromettenti. Documenti finiti negli archivi di qualche servizio segreto europeo. Gli uomini delle agenzie d’informazione militare si sono precipitati nel bunker del “colonnello” per impadronirsi di quella “roba” scottante che, forse, la stampa non vedrà mai. Solo il figlio prediletto del leader libico, Saif al Islam, sopravvissuto al padre e alla rivoluzione sponsorizzata dai francesi, è in grado di raccontare segreti inconfessabili. Nessuno, però, sa dove sia finito. L’hanno “ufficialmente” preso prigioniero i membri d’una tribù di Zintan e, poi, di lui non s’è più saputo nulla.

Nell’ottobre 2013, intanto, sempre i giudici di legittimità della Cassazione hanno pure statuito che le indagini avviate per far luce sulla tragedia vennero viziate da una clamorosa e articolata «azione di depistaggio». Per questo hanno accolto il ricorso degli eredi dei proprietari della compagnia Itavia, finita in fallimento dopo la strage disponendo nei loro confronti anche un lauto risarcimento: 300 milioni di euro.

La nuova pista e la barra di uranio

Quattro decenni dopo la strage di Ustica, tuttavia, spunta un’altra pista in parte difforme da quella seguita da Rosario Priore. Una pista svelata dal lavoro d’inchiesta di Paolo Cucchiarelli, autore del volume “Ustica e Bologna, attacco all’Italia” in via di pubblicazione per la “Nave di Teseo”. Lo scrittore e giornalista racconta sulla base di documenti, testimonianze e perizie, che il Dc 9 fu abbattuto perché trasportava a bordo una barra di uranio destinata ai programmi d’implementazione atomica promossi da Gheddafi. L’uranio doveva essere preso in consegna a Palermo, trasferito a Tunisi e da lì a Tripoli. Per questa ragione il jet civile italiano era scortato «in scia» da un Mig libico. Il Dc 9 venne fatto cadere da un velivolo “occidentale” che si pose con i reattori sulla cabina di pilotaggio, bruciandola. A questo farebbe riferimento il copilota nella frase rivolta al comandante poco prima di precipitare e registrata nella scatola nera poi recuperata: «Guarda cos’è...».

Il Mig di scorta, a sua volta, avrebbe sparato contro il velivolo aggressore centrando però l’aeromobile Itavia. A questa fase sarebbe seguito un inseguimento, tra due F14 americani e l’aereo libico protrattosi fino a cieli della Calabria. Durante l’inseguimento pure uno dei cacciabombardieri statunitensi sarebbe finito in Sila tentando un atterraggio di fortuna. Precipitato tra i boschi venne poi sorvegliato dai militari italiani di stanza nella caserma di Cosenza sino al recupero. E sul punto Cucchiarelli ha raccolto la testimonianza di un caporale, Filippo Di Benedetto, all’epoca in servizio nella città calabrese che ha confermato tutto, individuando con precisione anche il punto di caduta. È andata davvero così?

Il “giallo” del pilota morto due volte

Fadal Al Din: questo è invece il nome attribuito al pilota libico trovato cadavere in Sila il 18 luglio del 1980 e ritenuto dal giudice Priore alla guida del Mig coinvolto nello scontro. L’aereo e il pilota vennero fatti individuare 21 giorni dopo la strage tra i boschi calabresi nel quadro di una ben congegnata strategia di dissimulazione. L’uomo, si scoprì, non poteva infatti essere morto quel giorno. Negli anni scorsi, il medico legale Anselmo Zurlo, che eseguì l'autopsia, ha spiegato alla Gazzetta: «Il decesso era intervenuto almeno dieci o quindici giorni prima del ritrovamento ufficiale. Pensi che mentre eseguivamo l'esame autoptico venne un ufficiale dei carabinieri con il compito di prelevare le impronte digitali e quando cominciò le prime operazioni, la pelle della mano si scucì come un guanto rovesciato. Ciò ovviamente non accade in presenza di cadaveri di persone morte da tre o quattro giorni». Il giudice istruttore romano, a conclusione della sua monumentale indagine, sul velivolo trovato in Sila ha scritto: «Numerosi sono gli elementi di prova che quel Mig 23 cadde in tempo ed occasione diversi da quelli prospettati nella versione ufficiale. E che questa versione fu generata da una obiettiva coincidenza di interessi di tutte le parti, soggetti attivi e passivi dell'operazione, spettatori e manovratori. Tutti, chi per un verso chi per l'altro, avevano interesse a coprire la realtà dei fatti. La versione fu da noi accettata per considerazioni puramente politiche e non d'altro genere». In tal senso il magistrato fa riferimento al ministro della Difesa del governo dell'epoca, guidato dal presidente Francesco Cossiga.

Ecco cosa afferma: «Il ministro Lelio Lagorio in termini di intelligenza e lealtà politica – giacchè se avesse affermato il contrario avrebbe reso torto sia al suo ruolo che alle capacità e alle aspettative di chi persegue e s'attende la verità – ammette che il caso fu chiuso per ragioni politiche. Non si capisce però perchè non emerga che esso nacque anche per cause politiche e, cosa più importante, che fu gestito secondo direttive politiche, perchè di certo su scelte e decisioni che implicavano un altro Paese e in particolare la Libia, appare assurdo un mancato coinvolgimento del livello politico. Castelsilano – aggiunge Priore – è come Ustica. I militari negano addirittura l'esistenza dei fatti; asseriscono di conseguenza di non aver riferito, perchè non v'era nulla da riferire ai politici. I politici affermano – e non potrebbe essere altrimenti se le cose così stanno – di non aver saputo nulla».

La tesi del “picconatore”: parole come pietre

«Quando ero Presidente della Repubblica i nostri servizi segreti – ha dichiarato Francesco Cossiga – mi informarono che a provocare la strage di Ustica furono i francesi. Erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non sarebbe rimasto nulla dell'aereo». Il defunto Presidente ha fatto esplicito riferimento al Sismi e al generale Giuseppe Santovito, che guidò il servizio fino al 1981. «La tesi – ha spiegato Cossiga – è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi videro un aereo dall'altra parte di quello italiano che si nascose dietro per non farsi prendere dai radar».

Si trattava del Mig ch’era decollato per scortarlo. È quello poi trovato in Sila?

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