Mercoledì, 18 Settembre 2019
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Le mummie e quel confine tra scienza e pietà, il progetto del dottor Piombino-Mascali - Foto

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Ha un curriculum interminabile, è un nome nel mondo scientifico internazionale, ma ha l’aria d’uno studente. Studia una cosa misteriosa e affascinante, proprio come i protagonisti di celebri serie tv, ma rifugge le ribalte e i riflettori. Puoi trovarlo in giro per l’Europa (ma non solo) alle prese con le Tac e i macchinari diagnostici o le diavolerie chimiche che gli servono per il suo lavoro, il più particolare del mondo scientifico, ma, come gli scienziati-umanisti di una volta, anche in biblioteca, col naso tra i classici, o in mezzo alle opere d’arte. Perché lo scienziato è un umanista che esercita, assieme, il rigore e la pietas, e non perde mai di vista l’unico vero soggetto di ogni arte e ogni scienza: l’uomo. Dell’uomo, e della condizione umana in una delle sue parti più delicate, misteriose e simboliche si occupa il dottor Dario Piombino-Mascali, messinese, classe ‘77, antropologo e paleopatologo (l’unico siciliano specializzato in paleopatologia), studioso, in particolare, delle mummie.

Tutte le mummie: quelle egizie conservate in diversi musei europei, la celeberrima mummia di Similaun, le “mummie del fuoco” delle Filippine. Ma si occupa anche di reliquie di santi e dei resti di militari tedeschi morti nella seconda guerra mondiale, o di patologie estinte come il vaiolo (il caso che ha scoperto e studiato è stato presentato sul New York Times). È un grande esperto di mummie siciliane, per le quali esiste addirittura uno specifico progetto scientifico. Anzi, è conservatore delle celeberrime Catacombe dei Cappuccini di Palermo, uno dei luoghi più affascinanti, e visitati, della Sicilia.

Proprio su quel luogo specialissimo ha scritto una “Guida storico scientifica” (edizioni Kalos) appena uscita, che presenterà a Messina venerdì. Un lavoro rigoroso, che riprende ogni dettaglio sulla storia delle Catacombe dei Cappuccini, i metodi di conservazione dei 1900 corpi che contengono, ma anche delle vicende umane che s’incrociano in quei corridoi, e persino della narrazione che nei secoli ne è stata fatta da letterati e artisti, da Alexandre Dumas padre e Guy de Maupassant a Carlo Levi.

Ma perché questo campo di ricerca, così speciale?

«Direi che questo campo ha scelto me. Una serie casuale di avvenimenti riscosse il mio interesse, quando sul finire degli anni 90 frequentai i corsi di antropologia e paleopatologia all'università di Pisa, allora un centro tra i più autorevoli per lo studio dei resti umani. Fu in quel contesto che "riesumai" alcune esperienze giovanili, come la visita al monastero di Montevergine, per incontrare la beata Eustochia e la sua fedele amica suor Jacoba, e quella alle celebri catacombe di Savoca. Da allora, mi sono sempre dedicato allo studio di ciò che rimane, sia in ambito storico-archeologico (come le mummie egizie) che in contesti bellici (vittime dei conflitti mondiali e dei totalitarismi novecenteschi)».

Quello che colpisce del tuo lavoro è come unisci il rigore scientifico allo sguardo umano, per te imprescindibile...

«È difficile dimenticare che quei resti mortali da catalogare, ispezionare e identificare rappresentino un ultimo, triste stadio dell'esperienza umana. Frammenti che sono stati concepiti, amati, curati da genitori, parenti e amici... è questo il motivo che impone la massima serietà e un profondo rispetto, da qualcuno spesso dimenticati per la smodata ricerca di clamore mediatico».

Un caso particolare, che ti ha dato notorietà, è quello della piccola Rosalia Lombardo; tu scopristi quello che nessuno era riuscito a capire: il modo particolare con cui la bambina era stata imbalsamata. 

«Fu, nel 1999, il motivo che mi spinse a occuparmi delle catacombe. Una conservazione prodigiosa, determinata dalla formula chimica di Alfredo Salafia, "sparita" per oltre 70 anni e poi riemersa grazie alla famiglia dell'imbalsamatore. Famiglia che, ancora una volta, ha scelto la mia persona per condurre uno studio sulle sostanze chimiche descritte in un suo manoscritto. Sarebbe impossibile ridimensionare quanto quell'aspetto di dolcezza eternata nel momento del sonno mi abbia colpito profondamente e mi abbia indotto a portare avanti le ricerche sul caso. Una bimba che ci ricorda lo struggente potere della bellezza che dà un senso a tutto, compreso un dolore incommensurabile».

 Cos’è il “progetto mummie siciliane”?

«È un'indagine bioarcheologica e paleopatologica senza precedenti su tutto il patrimonio mummificato della Sicilia, svolto sotto l'egida della nostra Regione e di National Geographic, con partner internazionali prestigiosi. Di fatto, i maggiori studiosi di mummie al mondo, come quelli dell'Istituto per lo studio delle mummie di Bolzano, i musei Reiss-Engelhorn, il laboratorio di Dna antico della McMaster University, e dell'Università di Oxford, per citare solo i più noti, che ho fortemente voluto al mio fianco per garantire il meglio alla mia isola e alla mia gente».

Cosa diresti, a chi non è mai stato alle Catacombe dei Cappuccini, con quali parole consiglieresti di visitarle?

«Consiglierei la cripta a chiunque, non solo per addentrarsi in un viaggio nella storia, dove è possibile incontrare "direttamente" i personaggi della Palermo di un tempo, sfarzosi abiti d'epoca, simboli esoterici, lapidi istoriate e preziose urne, ma anche per riscoprire le tracce di culti ormai dimenticati, come quello per le anime del purgatorio, che trova ampio riscontro in tutto il Meridione e che ci indica quanto fosse importante il nostro rapporto con gli estinti. Un viaggio nel cuore del sacro e del culto dei morti, di grande rilevanza culturale e identitaria. Le catacombe sono davvero un simbolo della nostra Sicilia, tanto nella vita che nella morte. Emblema del rispetto verso i trapassati, un tempo molto più sentito, ma anche testimonianza di affetti, amori, perdite incommensurabili. Un'archeologia delle emozioni disponibile a chiunque voglia apprenderla, che ci dice tanto sul nostro popolo e sui suoi sentimenti».

Qual è il tuo modo, oggi, di rapportarti con la vita e la morte, alla luce della tua specialissima esperienza?

«Occuparmi dei resti umani mi ha senz'altro aiutato ad amare maggiormente la vita, essere gentile, disponibile e rispettoso verso gli altri, Nessuno di noi è qui per sempre, e ogni giorno rappresenta un'unica opportunità di lasciare un segno nel cuore del prossimo».

© Riproduzione riservata

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