Sabato, 14 Dicembre 2019
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Le donne che salveranno il mondo in scena a Siracusa ne "Le Troiane" di Euripide - Le foto

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Vinte tra i vinti, due volte perdenti. Eppure portatrici di speranza, di continuità, di futuro. Quel futuro di cui gli splendenti guerrieri hanno paura, e che esorcizzano col fuoco e la violenza. Sono, saranno, le donne in scena a Siracusa ne “Le Troiane” di Euripide, una delle due tragedie scelte per il 55° Festival del Teatro greco (9 maggio-6 luglio) dell'Istituto nazionale del dramma antico (l'altra è l' “Elena”, sempre di Euripide, mentre la commedia sarà la celeberrima “Lisistrata” di Aristofane).

La regista è una donna, la francese Muriel Mayette-Holtz - attrice e regista, la prima donna a dirigere la Comédie Française - e il tema di quest'anno è “Donne e guerra”. Un tema forte e attuale, nel segno della riflessione sul presente che le parole antiche sono ogni volta in grado di innescare, articolare, mettere in tensione.

Le Troiane sono prigioniere di guerra, dopo la presa della città: erano principesse, sacerdotesse, nobili, e ora sono bottino dei vincitori Greci. Il loro mondo si è dissolto, la loro prospettiva è la schiavitù in terra straniera, eppure... la parola che Muriel Mayette-Holtz ripete è, imprevedibilmente, «speranza».

«Ho la fortuna di lavorare - dice - con un autore che dà la parola alle donne. È un messaggio di speranza. Le donne sono le eroine vere della guerra, che restano sole e provano a ricostruire, sotto la polvere della distruzione. La guerra non fa vincere nessuno: nessuno è vincitore. Ma per fortuna abbiamo le donne per ricominciare. Sono le più forti sulla Terra».

E parla del personaggio, della donna più forte, anche se è quella che più ha perso e che ripercorre e vive su di sé la tragedia di tutte le altre, la regina Ecuba (Maddalena Crippa, che già altre volte ha recitato a Siracusa, ed è stata pure premiata per una superba Clitennestra nell'Elettra del 2016 con la regia di Gabriele Lavia): «“Allora, alzati” dice Ecuba, e lo ripete , “risollevati”: riesce a dirlo quando tutto il suo mondo è crollato».

La forza del femminile, malgrado la guerra che devasta, e devasta il corpo delle donne, metafora e simbolo della devastazione del mondo. L'attenzione alle emozioni e al corpo è importantissima, in questa tragedia così femminile e corale, nell'allestimento della regista francese.

«Non esiste un'opera con tanti ruoli forti per tante donne - dice la Mayette-Holtz - . E poi io mi sono innamorata di loro, delle mie attrici, sono incredibili. Nelle vita di un regista mettere in scena il potere e la bellezza delle donne è un privilegio grande. Io ho fatto la scelta di prendere un coro di cinquanta donne, voglio vedere, voglio che siano viste le donne di tutte le guerre, la diversità delle loro condizioni, delle loro emozioni: è importante mostrare tanti corpi di donne diverse».

Un catalogo delle ferite, dell'oltraggio che la violenza della guerra porta al corpo del mondo, al corpo delle donne, alla loro meravigliosa diversità appiattita e annullata dall'ottusa ripetizione della violenza. Una condanna a d'ogni guerra, a partire dal corpo collettivo delle donne.

«Euripide dà la parola alle vittime e questo è un dono. Ci mostra che nessuno è capace di fermarsi, di imparare dai propri errori: ogni guerra è sempre la stessa guerra. Euripide ci mostra tutti gli orrori che possiamo aggiungere all'orrore della guerra. Il fuoco che i Greci appiccano alla città è la paura del futuro: il futuro fa paura agli uomini. Lo sforzo di Euripide, la cui cifra è modernissima, è farci sentire tutto ciò con la forza delle emozioni. L'unico punto è che i Greci erano così intelligenti da mettere in scena questa riflessione: è un dono per il pubblico».

Un momento particolarissimo della tragedia è il dialogo tra Ecuba ed Elena, una sorta di sfida da agone giudiziario per stabilire di chi sia davvero la colpa della guerra...

«Io penso che tutte le persone sulla Terra hanno diritto ad avere un avvocato. Elena non deve prendere sulle sue spalle tutto il peso del caos della guerra. Ma c'è anche il bisogno delle troiane di capire, di concentrare la pena, di attribuire responsabilità. Alla fine Ecuba morirà, mentre Elena vivrà ancora».

La colpa della guerra è sempre enorme e condivisa, e senza la capacità di fermarsi non si porrà mai rimedio: «Euripide lo mostra con l'evidenza dell'emozione».

Ma ci sarà un'altra grande presenza femminile vinta, in scena: la Terra. Sarà presente nel “bosco morto” della scenografia che l'architetto Stefano Boeri ha realizzato con centinaia di tronchi degli abeti bianchi e rossi della Carnia devastati dal maltempo dell'ottobre scorso.

«Non dobbiamo dimenticare la natura, che pure subisce la dannazione della guerra. È un'altra specie di guerra. Non volevo chiudere l'opera in un tempo preciso. In fondo il soggetto dell'opera è la dialettica dei viventi con i morti, no?».

Come noi moderni che dalla cavea di Siracusa dialogheremo col passato, così il “bosco morto” sulla scena dialogherà col bosco vivo, di pini marittimi e cipressi, del colle Temenite, e poi - per quella stessa «speranza» e rinascita che la regista persegue e auspica - diventerà un pezzo di città, uno spazio pubblico alle spalle del Tribunale. Un dialogo tra vivi e morti, tra parole antiche e moderne, tra le foreste friulane e la macchia siciliana. Il senso più profondo di questo rito che ogni anno si ripete, che rinnova le parole antiche e le fa vivere nel gesto, nel presente. La regista pronuncia la parola giusta, la parola che la modernità espunge ed evita, e che bisogna ricostruire: «sacro». «Il luogo del teatro è sacro - dice la Mayette-Holtz - , e qui in particolare puoi sentire il peso delle parole, delle emozioni».

E che emozione è lavorare qui, nel Teatro greco di Siracusa?

«Dà un sentimento di grande bellezza, di spazio impressionante, ma nello stesso tempo sembra naturale fare teatro qui: è quel che mi ha colpito di più. Come se tutta la città fosse qui, tutta si volgesse qui, a vedere cosa accade. Alla fine del mondo ci saranno sempre un poeta e un attore che ci racconteranno com'è andata».

E saranno donne?

«Sarà comunque grazie alle donne».

Certamente.

© Riproduzione riservata

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