Venerdì, 13 Dicembre 2019
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Lisistrata, eroina antica sempre moderna

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L'immagine più bella è quando sono tutte lì, donne diverse con tutti i colori del mondo addosso, a gioire per aver preso il potere solo per fare marameo al potere, alla fallocrazia guerrafondaia dei maschi armata fino ai denti ma terribilmente fragile: un fallo, invece che un tallone, d'Achille, che si rivela il punto di rottura e caduta di ogni supremazia.

Anche se quello di Lisistrata - eroina dell'omonima commedia andata in scena venerdì al Teatro Greco di Siracusa per la stagione dell'Inda (fino al 6 luglio) - alla fine è un gioco comico, un rovesciamento legittimo solo finché rinchiuso nello spazio protetto del palcoscenico, della festa, e vuol suscitare il riso proprio per quanto appare strampalata - nel mondo greco fondato sulla irrilevanza pubblica delle donne e la loro segregazione nello spazio domestico - l'idea di femmine che escano dalle case e si prendano l'Acropoli di Atene e tutto il cucuzzaro facendo una cosa che ai maschi non riesce proprio: unirsi, inventare la pace e sconfiggere per sempre la guerra.

Eppure Lisistrata (“colei che scioglie gli eserciti”, per quella capacità del greco di creare nomi parlanti) ha viaggiato nei secoli diventando icona di femminismo, di sovvertimento politico e sociale. Perché comunque questo potenziale si avverte sempre, quando va in scena una delle commedie superstiti di Aristofane più amate e rappresentate del mondo, costruita con precisione geniale, da vero architetto della risata.

Un universo comico che molto è piaciuto al regista (qui al suo esordio, ma anche in scena nei panni dell'infoiato Cinesia) Tullio Solenghi e che è stato efficacemente declinato per la gioia del pubblico del Teatro Greco, che ha molto riso e applaudito alla vicenda delle donne in “sciopero del sesso”. E se a qualcuno non sono garbate alcune trovate - il metascenico personaggio di Didascalio (un efficace Roberto Alinghieri, che si ritaglia uno spazio preciso e per nulla scontato) che interviene qua e là con piglio da Piero Angela in piccoli stacchetti annunciati da un “dlindlon” a spiegare al pubblico un termine particolare o il riferimento a un personaggio; l' “interprete” dell'oracolo al neon; lo spogliarello di Mirinna (la sensual-svampita Giovanna Di Rauso, moglie di Cinesia) sulle note di “Otto settimane e mezzo” - è pur vero che la commedia soffre più della tragedia della necessità di attualizzare e coinvolgere il pubblico richiamando linguaggi e riferimenti noti, camminando sempre sul filo del rasoio: sarà troppo “attuale” un riferimento a un personaggio politico, chessò, un magistrato corrotto (Federico Vanni che sostiene, e perde, il contraddittorio con l'implacabile Lisistrata)?

E a un quiz televisivo? E in bocca al coro si potrà mettere una cosa come «Apelle figlio d'Apollo fece una palla di pelle di pollo» o le pietre sacre del teatro antico si offenderanno? Qualche critico si mette le mani nei capelli, ma per fortuna il pubblico - e quello della cavea siracusana è magnificamente vasto e composito (e quest'anno in odore di record: già 149 mila presenze) - ride di gusto. Così come accoglie con un applauso enorme il cameo di Massimo Lopez che in veste di drag queen in piume di struzzo, mustazzi e lamè intona “My Way”: divertente, certo, e pure un poco televisivo.

Ma è lo stesso pubblico che segue con entusiasmo la tenzone fra i tre vecchi (Vittorio Viviani, ottimo Dracete napoletano che evoca e cita il Troisi della “Lettera a Savonarola”; gli scatenati sodali Totò Onnis, Strimodoro, e Mimmo Mancini, Filurgo) e le tre vecchie (le bravissime Tiziana Schiavarelli-Stratillide, Simonetta Cartia-Nicodice e Silvia Salvatori-Calice), un pezzo di bel teatro comico fondato sulla guerra dei sessi e il dileggio reciproco (categoria comica antica e inesauribile); è il pubblico che applaude al buon dialetto: interessante, e già nella storia di Lisistrata, la trovata di far parlare i personaggi in dialetti diversi, ma forse alcuni andrebbero “regolati” meglio, per non far prevalere solo l'eccellente, corposo e divertito siciliano di Calonice (una strepitosa, e presto prediletta dagli spettatori, Federica Carruba Toscano, che è nel drappello delle contestatrici amiche di Lisistrata, come la palestrata Lampitò di Viola Marietti, la corinzia Margherita Carducci e la beota Giulia Messina) o il napoletano di Dracete e il pugliese di Filurgo.

È lo stesso pubblico che applaude rapito Elisabetta Pozzi-Lisistrata, autentica dominatrice della scena, pur se portatrice di altro tipo di comicità, e persino di parti “serie” e parole talora “alate” (come il monologo finale, di Simone Savogin, tratto da “Scriverò finché avrò voce”, molto interessante e che fa eco alle ultime parole “serie” di Lisistrata nel testo, tradotto da Giulio Guidorizzi, ma che tuttavia risulta alquanto posticcio). E l'applauso più lungo e convinto - nella Sicilia che in queste ore ha vissuto in prima linea la vicenda Sea Watch - è quando la protagonista pronuncia il suo discorso sulla “cittadinanza” come una tunica colorata tutta da tessere, in cui tutti siamo i fili colorati, e tra questi ci sono anche «quei disperati che ci chiedono aiuto dal mare».

Colorati come i tessuti dei bei costumi, in uno stile molto mediterraneo- “desigual” (sono di Andrea Viotti, come la scena, dominata da una “venere paleolitica” gigante, la Dea Madre primigenia che viene prima di tutti i pantheon). Animati come le coreografie di Paola Maffioletti e il coro di allievi - come sempre di alto livello - dell'Accademia d'arte del dramma antico (sezioni Giusto Monaco e Fernando Balestra).

Infine, animato e colorato come è bello che sia uno spettacolo comico, con bellissime musiche (la colonna sonora di Marcello Cotugno, che ha anche collaborato alla regia, dà vita a «un Helzapoppin' sonoro» di grande modernità), strizzatine d'occhio a cabaret e tv e soprattutto eccellenti attori. Persino Aristofane - convocato addirittura in scena in una... telefonata di protesta con Lopez - alla fine, non avrebbe poi tanto da ridire.

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