Lunedì, 18 Ottobre 2021
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Siracusa, le Baccanti che “volano” nel cielo di Dioniso/a

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La parola si fa corpo, il corpo si fa parola: accade da sempre, in teatro. Ma c'è un modo ancora più... bacchico e potente, un divino invasamento che deve dilagare e prendere anche gli spettatori, saldando la sfera perfetta che contiene tutte le energie, e le irradia.

Dopo la sfera a led, il solenero-occhio di Sauron di “Coefore Eumenidi” di Davide Livermore, è toccato alle “Baccanti” di Carlus Padrissa – che al debutto di sabato al Teatro greco di Siracusa ha avuto grandi applausi – dove la sfera visibile è di corpi sospesi e intrecciati, così come le voci, mentre quella invisibile contiene l'intera cavea, il cielo di Siracusa al tramonto, noialtri fortunati spettatori del ciclo (un'altra sfera) della rinascita.
Baccanti “furere”, le chiama il regista, tra i fondatori, nel 1979, della compagnia catalana La Fura Dels Baus: una compagnia che è un metodo, una proposta, un lavoro creativo nella direzione del “teatro totale”.

Baccanti “furere”, e a noi torna prepotente la suggestione paraetimologica di quella “furia divina” che evoca il passaggio di Dioniso nelle menti, nei corpi, nelle città. Dioniso, dopotutto, è il vero signore di queste antiche pietre e di ogni singola parola e ogni suono che viene versato nella cavea, comanda ogni corpo. E così è sembrato, nel corpo multiforme del Dioniso di Lucia Lavia: Dioniso né maschio né femmina ma ogni cosa che voglia essere, così come animale e umano a suo piacimento, antico e fanciullo. Oggi potremmo scrivere Dionisə, con la contestata “schwa”, e al dio piacerebbero l'ambiguità e la provocazione.

D'altronde, per sua natura la tragedia “Baccanti” di Euripide viene sovente vestita di contestazioni e proteste assai più moderne, ma che trovano alimento nell'energia sovversiva e potente del “dionisismo”, nella sua corrosiva azione su ogni rigido razionalismo, ogni autoritarismo che voglia escludere e giudicare, e viene così punito dal dio.
Dioniso in scena pressoché dall'inizio alla fine, come Dioniso in fondo è sempre nume tutelare e ispiratore d'ogni atto di teatro. Dioniso che si fa beffe dell'autorità incerta, balbettante di Penteo (un efficace Ivan Graziano, ex allievo dell'Adda, l'Accademia d'arte del Dramma antico) – che a noi ha evocato, sia pur preterintenzionalmente (ma il bello dell'arte è anche questo), un politico assai somigliante, noto per le posizioni bigotte su sessualità e diritti civili, un Penteo ex post condannato a perdere ogni battaglia contro la potenza del corpo, dell'istinto, della libertà che non è licenza.

Anche stavolta, “Baccanti” (nella perfetta traduzione di Guido Paduano), col suo fiume di donne che sovvertono, agitano, provocano il potere costituito, si presta a quest'operazione: il regista menziona le proteste delle donne messicane contro il potere e i suoi abusi sessisti, nell'estate del 2019, quando lo spettacolo era in fase di creazione. E un frammento di quell'energia – di quella goccia di “teatro urbano” che scorre in tutte le proteste appassionate e creative – è nell' “invasione” del coro dei cittadini con fumogeni, cartelli e striscioni, il più grande dei quali recita “Todos somos Baco”: siamo tutti Bacco-Dioniso, quel “je suis” che non ha lasciato più le nostre strade e le nostre pacifiche proteste.

È vero, siamo tutti Bacco: anche Penteo, il negazionista di Dioniso, il “puritano” che nei riti del dio vede solo lussuria e, poveretto, gli sfuggono (come al politico a cui somiglia) le ombre della ragione, la sacralità dell'istinto, e in buona sostanza l'umanità e il suo essere corpo e mente. La sua, di mente, è ahinoi piccolina e un po' disabitata: la grande testa-palazzo in scena lo mostra impietosamente. Il dio dovrà aprire quella mente, calarci i suoi corpi-neuroni.
E i corpi sono dappertutto: riempiono la scena, scendono, nei costumi post-industriali e post-apocalittici, dalla cavea, salgono nel cielo – sospesi all'enorme gru a 20 metri d'altezza – avvolgendosi e scrivendo figure, che culminano nella perfezione della sfera che ha nel suo centro il dio-capro (e la tragedia stessa è, etimologicamente, il “canto del capro”). Dio dell'ebbrezza, dalla danza, dei sensi che fluiscono, la cui sagoma gigantesca e robotica domina tutto lo spazio scenico e il cui albero genealogico è disegnato a terra, individuando una vera “mappa” dell'Olimpo: dio pericoloso, da arginare e onorare.

In questo possiamo dire che sì, funziona l'energia “furera” dentro il teatro antico, che è “furens” per suo dionisiaco conto – e in questo possiamo essere grati all'Inda che prosegue con coraggio la sua ricerca di linguaggi e forme, di possibilità sempre diverse e nuove per riproporre i testi millenari nel loro nativo scenario. Ma è pur vero che resta fin troppo percepibile lo “stacco” tra i momenti mozzafiato dei cori – che sono ben tre, quello delle Baccanti, quello, mirabolante e che resterà a lungo nella memoria, sospeso (costituito per grandissima parte dagli allievi dell'Adda) e quello “dei cittadini” – e le scene dominate da un, pur bellissimo, “teatro della parola”, dove, oltre alla Lavia che modella un perfetto Dioniso multiforme, si distinguono l'intenso Stefano Santospago (in questa stagione dionisiacamente onnipresente: Egisto nelle Coefore, Aristofane nelle Nuvole e Cadmo nelle Baccanti) e l'impeccabile Antonello Fassari nei panni di Tiresia, i due vecchi che, saggiamente, non vogliono recare offesa a Dioniso e decidono di onorarlo. E poi Linda Gennari, ovvero Agave, la madre di Penteo che, resa folle dal dio, uccide il figlio e dovrà scoprire solo in scena, davanti a noi, che ne sta trascinando senza saperlo la testa mozzata. Ancora, gli efficaci messaggeri Spyros Chamilos, Francesca Piccolo e Antonio Bandiera, e le splendide corifee Simonetta Cartia e Elena Polic Greco.

Infine, due cose da sottolineare: l'indispensabile apporto degli allievi dell'Accademia, portatrice di eccellenza indiscussa, siracusana e internazionale; l'importanza delle maestranze dell'Inda, tutte siciliane, titolari di una professionalità pressoché unico.

Si replica fino al 20 agosto, in alternanza con “Coefore Eumenidi” (fino al 31 luglio) e “Nuvole” (dal 3 agosto).

© Riproduzione riservata

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