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Queste eteree “Nuvole” che sanno parlarci di noi. L'allestimento di Calenda in scena a Siracusa

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Siamo davvero sicuri di non avere niente a che fare col mondo di Aristofane, con quel tempo di crisi e di passaggio che la sua commedia rappresenta e fustiga? No, non ne siamo sicuri. Anzi, forse lo sappiamo, specie dopo avere visto la raffinata messa in scena delle “Nuvole” di Antonio Calenda a Siracusa, ultimo spettacolo della stagione più “estiva” dell’Inda: applauditissimo debutto e adesso repliche, in alternanza con “Baccanti” di Carlus Padrissa, fino al 21 agosto.

Ce lo dice lui stesso, un pensoso Aristofane (Stefano Santospago, che di questa stagione è uno dei cardini: Egisto in “Coefore”, Cadmo in “Baccanti”, Aristofane che apre e chiude, e sorveglia in scena, le sue “Nuvole”, la più letteraria delle commedie politiche, o la più politica delle commedie letterarie, del genio ateniese): e non è, il suo, né il “Discorso Migliore” né il “Discorso Peggiore” – che in scena, impersonati dagli efficacissimi Stefano Galante e Jacopo Cinque, s’affronteranno in surreale tenzone – , vorrebbe semmai essere «il» discorso, quello ispirato dalla Verità e non dalla necessità capziosa di persuadere.

Perché, ahinoi, a questo s’è ridotta la vita della polis ateniese: alla supremazia del miglior imbonitore (o, diremmo oggi, populista e spacciatore di fake news). Che Aristofane individua nella scuola dei Sofisti, a cui è assimilato Socrate (un Antonello Fassari d’ammirevole impegno). A quella scuola chiede risposte, e un sapere che non fondi la verità ma dia una mano alla menzogna, il protagonista Strepsiade (l’irresistibile Nando Paone), afflitto da creditori insaziabili e da un figlio “bamboccione” che pensa solo ad apericene e corse dei cavalli (Massimo Nicolini è il debosciatello Fidippide con tanto di erre moscia).

Povera polis, povera democrazia (e povera patria, direbbe Battiato), se l’unica cosa da perseguire è il proprio tornaconto e non c’è traccia di “bene comune”. Chi meglio delle “Nuvole”, dee eteree in continuo mutamento, d’imprevedibile volontà e oscuro intendimento, può essere simbolo e assieme proiezione e riflesso di tutto questo?

E non è solo questione di “attualizzare” testi farciti di allusioni e citazioni per noi pressoché incomprensibili e certo non godibili, rovello di sempre di registi e traduttori (qui la bella traduzione, che valorizza la lingua immaginifica e vertiginosa di Aristofane ma senza perdere la fluidità lucente della commedia, è di Nicola Cadoni). In fondo, basta trasformare qua e là, inventarsi un «reddito di contadinanza», un «cuore immacolato di Atena» (chapeau!), e il gioco (di parole e allusioni) è fatto.

Né è questione di restituire il fuoco d’artificio di richiami letterari e poetici – in quel teatro che era per gli ateniesi una “rendita di cittadinanza” e dove la partecipazione agli agoni drammatici era parte attiva dell’essere comunità – : nello spettacolo di Calenda c’è tutto il gusto di scoprire iuncture e citazioni manzoniane o leopardiane (tra «spargere di trecce morbide», esser «vergini di servo encomio» e ovviamente «di codardo oltraggio», invocare «che fai, tu, luna in ciel», mentre «dolce e chiara è la notte»). E non manca nemmeno lo strale verso un’accesa diatriba di questo nostro tempo: la questione del genere, che da grammaticale diventa politica. E ci sono «pollo» e «polla», o «finocchio» e «finocchia» a ricordarcelo: ohibò, come si fa a parlare da “politicamente corretti” senza diventare un po’ ridicoli?

C’è tutto questo, ed è operazione d’impeccabile filologia, ogni volta che un’allusione – politica o letteraria – va a segno. Ma questa lettura delle “Nuvole” va ancora oltre, riproponendo, di quel testo e di quei tempi, la sottile cifra di comicità tragica o tragicità comica (come è evidente nello spiazzante finale), ma in modo da intercettare in pieno i nostri tempi altrettanto ambigui, altrettanto “ossimorici”. Dopotutto, i dilemmi di Aristofane sono gli stessi della nostra democrazia assieme incompiuta e matura, sempre in bilico sul crinale della demagogia, sempre tentata dalle derive dell’ “uomofortismo” o del populismo più becero.

Calenda mette in scena tutto questo conservando lo stesso equilibrio del testo d’Aristofane, la miracolosa comicità che diventa vetta lirica nei cori delle “Nuvole” (eccellenti, per nerbo e finezza, le corifee Galatea Ranzi e Daniela Giovanetti), si fa risata di corpo nelle sceneggiate dello “zotico” Strepsiade, si fa parodia impietosa venata d’amarezza nelle tirate di Socrate, si fa tenzone metafisica e surreale nella “gara dei Discorsi”. Toccando Petrolini e le “pagliette” alla Nino Taranto, l’avanspettacolo e Brecht, il varietà e Freud, la gag e il sogno, sostenuto dalla brillante duttilità delle bellissime musiche di Germano Mazzocchetti (il cantato per voce sola e l’opera buffa, la marcetta e il valzer) e dai costumi di Bruno Buonincontri (che cura anche la scenografia: i due candidi Propilei gemelli che incorniciano... il bianco Nulla, o forse l’Etere regno delle Nuvole).

Affascinanti, le Nuvole (le cui coreografie sono curate da Jacqueline Bulnes): nude o vaporose, fioccose o compatte, in perpetuo riposizionamento, sottolineano e riflettono la natura ondivaga, oscura, inconoscibile del presuntuoso logos di noi umani. Sfondo concettuale e fisico, e assieme materia rarefatta ma densissima, d’uno spettacolo raffinato, intenso, intelligente. Da vedere assolutamente.

© Riproduzione riservata

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