Martedì, 27 Ottobre 2020
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’U picciottu Fiorello ha fatto... 60

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Sessanta volte Fiore... “U picciottu” di Augusta, Riposto, Letojanni è diventato... grande. Quasi un anziano a «rischio estinzione», come si definisce lui stesso ironicamente. Roba da non crederci. Multiforme, eclettico, trasversale showman, una sorta di “bosone di Higghs” dell’entusiasmo, tanto vitale quanto travolgente.

I sessant’anni sono realtà. E lui ci scherza su con un video sui suoi profili social, quando si ventila l’idea del prolungamento della quarantena per i sessantenni. «Amici, noi siamo a rischio e dobbiamo essere protetti, siamo come il panda, il colibrì dell’Himalaya... Siamo in via di estinzione... Quindi cari sessantenni, so che pensavate di essere ancora giovani e invece no, rientriamo nella categoria a rischio... mi rivolgo agli amici. Ligabue, tu non puoi uscire... e pensa Baglioni e Venditti... proprio chiuderli... chiuderli».

Rosario Fiorello, di secondo nome Tindaro in segno di ossequio alla Madonna Nera del Tindari, a cui la famiglia è sempre stata devota. Suo padre Nicola, nato a Letojanni, era appuntato radiotelegrafista della Guardia di Finanza, mamma Rosaria invece è originaria di Giardini Naxos. Primo di quattro fratelli: Anna (commerciante), Catena (scrittrice e conduttrice) e Giuseppe (attore).

È l’uomo di spettacolo più ricercato in Italia, dal karaoke all’ultimo successo al Festival di Sanremo, la carriera di Fiore è un crescendo di cui si sa tutto. Ciò che invece è più nell’ombra sono i mille aneddoti e l’inizio di una vita multiforme che Fiorello ha raccontato poche volte e che ha tutte le tinte e i profumi della sua Sicilia.

Nasce a Catania, poi il trasferimento della famiglia prima a Riposto e poi ad Augusta. Bimbo vivace, alle elementari frequenta la Scuola “Francesco Crispi” di Riposto.

L’alfa

Fiore racconta guardandosi indietro, all’alfa della sua carriera: «Ricordo il maestro Scandurra – sorride – ero davvero piccolo. Avrò avuto 5-6 anni, mi scelsero per interpretare Ulisse tra oltre 1500 alunni. Ero legato a un palo ed era la scena in cui le sirene ammaliavano Ulisse. All’improvviso tirarono giù il lenzuolo che fungeva da sipario e io sentii l’applauso. Dissi nella mia mente: “Uau, io questa sensazione voglio riprovarla”. Credo che quello sia stato l’imprinting».

La famiglia

«Sono cresciuto con tre fratelli splendidi. Certo io ero il più grande e spesso il punto di riferimento per Beppe... Lo utilizzavo come telecomando, che allora non esistevano. Vedevamo la tv sul divano, poi quando volevo cambiare canale perché mi annoiavo spedivo lui alla tv: “Dai Beppe cambia canale”. Lui, gattonando, ci andava. Un giorno mio padre disse a mia madre, da buon profeta, riferendosi a Beppe: “Guardalo, ha la faccia da attore”. Poi si girò verso di me e continuò: “Lui invece ha la faccia da cretino”. E in effetti questo abbiamo fatto. Ma devo dire che mio papà ha sempre avuto l’occhio lungo. Un’altra volta, sempre rivolgendosi a mia mamma che era preoccupata per me perché mi ero appena trasferito a Milano, sentenziò: “Stai tranquilla, quello con quella faccia ti stuferai di vederlo in tv”. E io ancora avevo fatto solo radio».

La radio... baracchino

Dal teatro alla radio... L’amore per la comunicazione, per l’empatia con la gente. Fiorello va ancora indietro nel passato. «Mio papà era telegrafista nella Guardia di Finanza ad Augusta. Mi piaceva tantissimo andare con lui al Comando, per me era come una sala giochi. C’erano libroni, macchinari, tutti i mezzi delle Fiamme Gialle, tutta quella tecnologia, mio padre conosceva l’alfabeto morse. Tutti i finanzieri avevano un nome in codice: mio papà era “Loto1”. Vederlo parlare al suo baracchino era uno spettacolo, io restavo incantato. Un giorno fu chiamato dal comandante e mi disse “resta qui e non toccare nulla...” Ma io non potevo resistere: presi il microfono e alla radio della Guardia di Finanza cominciai a parlare: “Loto1, Loto1, eccomi qui...”. In due minuti in tutti i Comandi della Sicilia orientale fu il panico. Mio padre corse subito e mi tolse il microfono. Ma fu bellissimo».

Il piccolo... calciatore

«Come tutti i bambini della mia età sognavo di diventare un calciatore. Ricordo quando mio papà mi portò al Cibali a vedere Catania-Inter, lì nacque il mio amore per i nerazzurri. Giocavo nella Megarese, ma mi vergognavo da morire perché nelle gambe non avevo peli. Mi nascondevo... Sono nato già... depilato. A differenza di mio papà e di mio fratello Beppe...».

I primi lavori

«In estate lavoravo con un amico di mio padre. Vendevo le lattughe al mercato di Ragusa. Mi svegliavo prestissimo, alle 4 del mattino. Andavamo a comprare le lattughe ed era una gara ad arrivare per primi perché così potevi scegliere gli ortaggi migliori. Poi andavamo al mercato e il mio compito era quello di bagnare in continuazione le lattughe e di “abbanniare”. Quando la sera tornavo a casa non avevo più voce. Guadagnavo 300 lire al giorno. Poi ho fatto l’aiuto barbiere. Scopavo i capelli che cadevano a terra e poi spruzzavo il profumo sui clienti quando avevano finito. Il Floid, lo ricordo ancora. Appena sentivo “servito” mi fiondavo sul cliente e ne mettevo talmente tanto che a un certo punto mi gridavano: “E bastaaaaa”».

I villaggi

«Nella zona in cui abitavo, a Brucoli, stavano costruendo un villaggio turistico. Erano i primissimi. A noi ragazzi incuriosiva tantissimo. Quando aprì tutti quelli che c’erano entrati ci raccontavano di aver visto il paradiso, con ragazze bellissime. Così presentai la domanda all’ufficio di collocamento. Mi chiamarono dopo un po’: facchino di cucina. Cominciai a lavorare ed ero entusiasta, ma guardavo sempre i camerieri in sala. Un giorno pregai il caposala di farmi lavorare e lui andò dallo chef e gli chiese il permesso. Lo chef gli rispose: “Prenditelo”. La settimana prima avevo buttato involontariamente nella spazzatura stracciatella per 1500 persone... In sala è un altro mondo: cominciai a far divertire tutti e sorridevo, sorridevo sempre. Fate conto che c’erano clienti che chiedevano di essere serviti solo da me. In questo lavoro impari a rapportarti con la gente, è stata una palestra. Poi andai al bar: preparavo i caffè imitando i telecronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Dal bar si vedeva l’anfiteatro con il palco. Così un pomeriggio mentre portavo i caffè a quelli che si occupavano dello spettacolo mi ritrovai davanti al microfono e cominciai a cantare “Moonlight serenade” nel mio inglese maccheronico. I turisti, che erano lì o che passavano, iniziarono ad applaudire. Fu la seconda volta che sentì un applauso e mi ricordai di quanto ero Ulisse. Poi deejay e animatore. Cominciai ad avere così tanto successo che, quando prenotavano alla Valtur, i clienti chiedevano: “In che villaggio lavora quest’anno il moretto, quel tale Rosario”. E la gente sceglieva così la sua vacanza”.

Il decollo

«Ho continuato per anni nei villaggi. Poi un giorno, ero a Simeri Crichi, in Calabria, e lavoravo con il fratello di Jovanotti: si chiama Bernardo Cherubini, ai tempi faceva l’istruttore di tiro con l’arco. Finiamo la stagione e mi dice: “Fiore, sai mio fratello si è trasferito a Milano perché è stato preso da Claudio Cecchetto. Che dici andiamo a trovarlo, c’è un sacco di gnocca...”. Partiamo subito. Per la prima volta incontro Lorenzo Jovanotti e mi presento a Claudio: lui in quei giorni mi osserva nella vita comune. E poi un giorno mi propone di presentare Radio Deejay. È cominciato tutto così».

Da Sanremo a Sanremo

L’ultimo aneddoto è per il Festival. «Era il 1990, era la prima volta che ci andavo. La sera chiamavo a casa per parlare con i miei. Ma quella sera non mi rispose nessuno. Mio papà era morto, all’improvviso. Durante una festa di carnevale, un malore. Ecco perché con Sanremo ho un rapporto di amore e odio. Ci torno sempre con grande fatica. Le sensazioni sono strane. Quest’anno con Amadeus è stato bellissimo. Il prossimo anno? Amedeo mi ha convinto una volta, ci riuscirà di nuovo. Chissà, poi magari smetto».

Intanto, auguri Fiore per il tuo “sessantennismo”, ultimo degli “ismi” da te coniati. La Sicilia ti ama.

© Riproduzione riservata

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