Venerdì, 19 Ottobre 2018
STATO-MAFIA

Il pm: Riina venduto
ai Cc da Provenzano

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Il pm: Riina venduto a Cc da Provenzano

Totò Riina "venduto" ai carabinieri da Bernardo Provenzano, consegnato al Ros per fare uscire dalla scena della trattativa un protagonista scomodo, l'uomo del papello e delle richieste irricevibili, e spostare il dialogo con lo Stato su binari più concilianti. Siamo vicini al termine della lunga requisitoria della Procura al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E nella ricostruzione degli anni bui delle stragi si torna indietro nel tempo, fino alla cattura dell'ex capo dei capi di Cosa nostra preso a gennaio del '93, dopo anni di latitanza, secondo i pm non grazie all'abilità investigativa dei militari, ma in virtù di un accordo che questi avrebbero stretto con Provenzano. Dopo aver cercato di imbastire una trattativa con Riina, compresa l'intransigenza del capomafia e la scarsa disponibilità a cedere, Mario Mori e i suoi avrebbero trovato un'altra sponda, Provenzano appunto. Che, attraverso l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, dal principio tramite tra carabinieri e mafia, gli avrebbe consegnato il boss compaesano.

"L'arresto di Riina fu frutto di un compromesso vergognoso che certamente era noto ad alcuni ufficiali del Ros come Mori e de Donno, fu frutto di un progetto tenuto nascosto a quegli esponenti delle istituzioni e quei magistrati che credevano invece nella fermezza dell'azione dello Stato contro Cosa nostra", ha sostenuto in aula, nel corso della udienza numero 208 dall'inizio del dibattimento, il pm Vittorio Teresi. "Era chiaro che tutto questo doveva essere tenuto segreto - ha spiegato il pm - E dopo la cattura di Riina e l'uscita di scena di Ciancimino, anche lui poi arrestato, le linee dell'accordo divennero chiare e si passò ai fatti". La Procura descrive uno Stato diviso in due: da una parte pezzi delle istituzioni pronti a trattare dopo gli attentati a Falcone e Borsellino per "paura e incompetenza", dall'altra un "manipolo" di uomini come l'ex Guardasigilli Claudio Martelli e l'ex capo del Dap Nicolò Amato, convinti che si dovesse mantenere la linea dura contro Cosa nostra.

I timori e l'incapacità di far fronte all'emergenza dunque avrebbero portato alcuni rappresentanti delle istituzioni a piegarsi al ricatto nell'illusione che alcuni cedimenti, come ad esempio, una attenuazione all'odiato 41 bis, potesse far cessare le bombe mafiose. "Non si comprese, ha detto il pm, che la mafia avrebbe letto tutto questo come il segno che si poteva rilanciare come avvenne con gli attentati nel Continente e trattare ancora per ricevere altri benefici". Teresi ha ricostruito tutta la parte dell'impianto accusatorio relativa alle concessioni fatte dallo Stato a Cosa nostra, nel 1993, sulla politica carceraria: dalla sostituzione dei vertici del Dap, come Amato, ritenuto troppo duro e allontanato senza preavviso dal suo incarico, alla revoca del 41 bis nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano a febbraio del 1993, alla nomina al ministero della Giustizia di Giovanni Conso che prese il posto di Claudio Martelli, il politico che, dopo le stragi del '92, aveva istituito il regime carcerario duro per i mafiosi. E ha fatto nomi e cognomi di chi "per paura o incompetenza" avrebbe avallato la politica della distensione: l'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, l'ex Guardasigilli Giovanni Conso, Aldalberto Capriotti, subentrato ad Amato al Dap e il suo vice Francesco Di Maggio. Sullo sfondo, nella ipotesi dell'accusa, restano entità non precisate che avrebbero consigliato a Cosa nostra la strategia da seguire. "Centri occulti che hanno suggerito alla mafia cosa fare per indurre lo Stato a cedere. Ci fu un'intelligenza esterna che ha orientato i comportamenti di Cosa nostra e si è fatta comprimario occulto dell'azione mafiosa riuscendo ad agire indisturbata perché poteva confidare nella linea della distensione scelta da pezzi delle istituzioni". "Se avesse prevalso la durezza - ha aggiunto il magistrato - nessuno spazio ci sarebbe stato per un dialogo che ha invece rafforzato la mafia e la sua azione terroristica. Se avesse prevalso la durezza, i consiglieri dei mafiosi sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia, ma nel clima di compromesso che ci fu, tutto si è confuso".

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