Domenica, 08 Dicembre 2019
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L'INCHIESTA

Strage di via D'Amelio, svolta sul depistaggio: la procura di Messina indaga due magistrati

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La strage di via d'Amelio

Da mesi la Procura di Messina indaga sull'ultimo capitolo di uno dei più gravi depistaggi della storia del Paese: «l'inquinamento» delle indagini sulla strage di Via D’Amelio, i pentiti creati a tavolino, le false ricostruzioni dell’eccidio costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Una verità di comodo, che ha portato a ingiuste condanne all’ergastolo, finora imputata solo ai poliziotti che condussero l’inchiesta, attualmente sotto
processo a Caltanissetta.

Oggi, oltre ai tre funzionari di polizia Mario Bo Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, nel registro degli indagati ci sono due magistrati: gli ex pm Annamaria Palma e Carmelo Petralia, prima in forza nel pool che indagò sugli eccidi del '92, oggi rispettivamente avvocato generale dello Stato a Palermo e procuratore aggiunto a Catania. E proprio il coinvolgimento di un magistrato in servizio alla Procura etnea ha fatto scattare la competenza dei colleghi messinesi.

A Palma e Petralia viene contestato il reato di calunnia aggravata dall’avere favorito cosa nostra, in concorso con i tre funzionari di polizia sotto processo. Avrebbero, ciascuno nei propri ruoli, costruito a tavolino falsi pentiti come Vincenzo Scarantino inducendoli a mentire e ad accusare della strage persone che sapevano innocenti. A entrambi i magistrati oggi è stato notificato l’avviso di accertamenti tecnici irripetibili.

Stesso provvedimento è stato comunicato alle potenziali persone offese dal reato, condannati, proprio in virtù del depistaggio, per una strage mai commessa: Urso, La Mattina, Murana, Scotto, Gambino e Vernengo, che per le false accuse di pentiti imbeccati hanno trascorso 18 anni al carcere duro.

Gli atti tecnici che i pm di Messina dovranno eseguire, e che non sono ripetibili, perché c'è il rischio che le prove vadano perdute, riguardano le cassette con le registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna ascoltato mentre era sotto protezione, un periodo in cui, secondo una ipotesi accusatoria, sarebbe stato indotto, anche con la violenza, dal pool di poliziotti che indagava sull'attentato, a mentire.

Del pool di investigatori, guidati dall’ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi deceduto, facevano parte i poliziotti oggi finiti a giudizio. Le cassette sono molto datate, le intercettazioni risalgono ai primi anni '90, e l’ascolto potrebbe deteriorarle: da qui la necessità che all’accertamento, mai eseguito prima, partecipino anche i consulenti degli indagati e delle persone offese.

Scarantino, secondo l’accusa, sarebbe stato picchiato e minacciato perché desse la versione di comodo «pensata» dagli investigatori. E costretto a imparare a memoria le fandonie da ripetere durante gli interrogatori. Il falso pentito, protagonista di ritrattazioni clamorose, ha poi svelato le pressioni subite.

Attribuendole, a seconda degli umori del momento, solo ai poliziotti o anche agli ex pm. La procura di Messina sta cercando di capire, impressa ardua visti gli anni trascorsi, chi ordì le trame che portarono al depistaggio e soprattutto quale ne fu il movente: la copertura di pezzi di cosa nostra, poi effettivamente rimaste impunite, o la ricerca di un facile colpevole.

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