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Mafia, dopo 25 anni torna libero il boss Giovanni Brusca per fine pena. La sorella di Falcone: "Addolorata"

Sicilia, Cronaca
Giovanni Brusca

Ha lasciato il carcere dopo 25 anni, per fine pena, il boss mafioso Giovanni Brusca, fedelissimo del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina, prima di diventare un collaboratore di giustizia ammettendo, tra l'altro, il suo ruolo nella strage di Capaci e nell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ha lasciato oggi, come scrive L'Espresso, il penitenziario di Rebibbia, a Roma, con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna. Sarà sottoposto a controlli e protezione ed a quattro anni di libertà vigilata, come deciso dalla Corte d’Appello di Milano. La notizia ha trovato conferma in ambienti investigativi.

Brusca "u Verru", da stragista a pentito

Quando gli agenti della Squadra mobile lo presero, a Cannatello, località di mare a due passi da Agrigento, Giovanni Brusca era col fratello Enzo Salvatore e con le rispettive famiglie. Il figlio del boia di Capaci aveva cinque anni, allora, e sembravano due famigliole in vacanza, anche se fuori periodo: era infatti la sera del 20 maggio 1996. Lo beccarono, un centinaio di uomini della Squadra mobile, dello Sco, dei gruppi speciali della polizia, grazie al famoso escamotage della moto smarmittata: dato che lui, il Verru, "il porco", aveva uno dei rari telefonini Gps (rari per l’epoca), erano riusciti a intercettarlo fra mille difficoltà ma non erano sicuri su dove si trovasse. Il rumore della moto diede la certezza al gruppo guidato, fra gli altri, dall’attuale questore Luigi Savina, all’epoca capo della Squadra mobile di Palermo. Non opposero resistenza, i due fratelli pluri-assassini e quella stessa sera, nel ritorno a Palermo, ci fu un’altra scena famosa, quella dell’esultanza degli uomini della Mobile. Poco meno di un anno dopo la cattura di un altro pezzo da novanta come Leoluca Bagarella, feroce alleato di Brusca, nel segno dell’impero corleonese di Totò Riina, preso tre anni e mezzo prima, il 15 gennaio 1993.

Brusca ha testimoniato dappertutto, poi, dal processo Andreotti a Dell’Utri, da Mannino alla Trattativa Stato-mafia. Pesa su di lui quella condanna a 30 anni, mai ridotta, per il sequestro e l’omicidio del piccolo Di Matteo. Pm di quel processo era stato uno dei magistrati che a Palermo avevano coordinato le indagini dirette alla sua cattura, Alfonso Sabella, uno di coloro che poi raccolsero le sue confessioni. Deposero al processo Andreotti, i fratelli Brusca, accusarono il sette volte presidente del Consiglio di collusioni con i boss, ma negarono di conoscere la storia del bacio con Totò Riina, vicenda raccontata dal suo acerrimo nemico, Balduccio Di Maggio, che Brusca avrebbe voluto uccidere e che a sua volta tornò in armi a San Giuseppe Jato per sterminare gli uomini del Verru.
In tempi relativamente recenti la Dda di Palermo gli sequestrò 200 mila euro, poi restituiti, ritenendo che avesse dei beni nascosti e mai rivelati, ha deposto nella Trattativa Stato-mafia, parlando del «papello» di Totò Riina, indicando come «terminale» delle richieste che il superboss avrebbe cercato di imporre allo Stato l’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato, Nicola Mancino. Unico imputato assolto nel processo sulla Trattativa, mai accusato tra l’altro di mafia o di concorso esterno ma solo di falsa testimonianza.

Le reazioni

«Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. La stessa magistratura in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle sue rivelazioni, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili possa tornare libero a godere di ricchezze sporche di sangue». Lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, dopo la notizia della scarcerazione per fine pena di Giovanni Brusca, l’ex capomafia, poi pentito, che ha premuto il telecomando che ha innescato l’esplosivo nella strage di Capaci. Nell’attentato morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

«La scarcerazione di Brusca è un’offesa grandissima, non solo nei miei confronti e nei confronti di noi vittime. Il nostro dolore, per lo Stato e per questa giustizia, evidentemente, non conta nulla. Occorre indignarsi: non solo io, tutti gli italiani devono essere mossi dall’indignazione». Così Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone ucciso nella strage di Capaci. "Il boss di Cosa Nostra Giovanni Brusca - lo 'scannacristiani' che ha commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti, ha fatto saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta e ha ordinato di strangolare e sciogliere nell’acido il piccolo Di Matteo - è tornato libero.

"Brusca libero? Non voglio crederci. È una vergogna inaccettabile, un'ingiustizia per tutto il Paese. Sempre dalla parte delle vittime e di chi lotta e ha lottato contro la mafia". Lo scrive su Twitter la sindaca di Roma Virginia Raggi.

"Il boss di Cosa Nostra Giovanni Brusca - lo "scannacristiani" che ha "commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti, ha fatto saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta e ha ordinato di strangolare e sciogliere nell'acido il piccolo Di Matteo - è tornato libero. È una notizia che lascia senza fiato e fa venire i brividi!". Così la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. "L'idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, è un affronto per le vittime, per i caduti contro la mafia e per tutti i servitori dello Stato che ogni giorno sono in prima linea contro la criminalità organizzata. 25 anni di carcere sono troppo pochi per quello che ha fatto. È una sconfitta per tutti, una vergogna per l'Italia intera".

"La scarcerazione del "pentito" Giovanni Brusca è un atto tecnicamente inevitabile ma moralmente impossibile da accettare. Mai più sconti di pena ai mafiosi, mai più indulgenza per chi si è macchiato di sangue innocente. Sono vicina ai parenti delle vittime, oggi è un giorno triste per tutti". Lo scrive su Twitter Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione territoriale.

"La scarcerazione di #Brusca riapre una ferita dolorosa per tutto il Paese. Una vergogna senza pari, un insulto alla memoria di chi è caduto per difendere lo Stato. Serve subito una nuova legge sull'ergastolo ostativo. Nessun passo indietro davanti alla #Mafia." Lo scrive in un tweet la vice presidente del Senato Paola Taverna. "Notizie del genere fanno male, tanto male. La legge è legge e va rispettata ma il dolore nel pensare #Brusca libero resta. Il mio pensiero in questo momento va agli eroi, famosi e meno, che hanno lottato la mafia e dato la vita per assicurare gente come lui alla giustizia", sottolinea sempre su twitter il deputato M5S Stefano Buffagni.

 

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