Giovedì, 28 Ottobre 2021
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TRISTE RICORRENZA

L'esempio del giudice Beato a 31 anni dall'omicidio. Chi era Rosario Livatino

Si stava recando al tribunale di Agrigento, quando fu avvicinato, braccato e ammazzato senza pietà da un commando mafioso
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Rosario Livatino

Fu ucciso il 21 settembre 1990. Il 3 ottobre Rosario Livatino, il Giudice Beato, avrebbe compiuto 38 anni, A bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicattì dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento, quando, quel giorno di 31 anni fa, fu avvicinato, braccato e ammazzato senza pietà da un commando mafioso. «Dinanzi all’Eterno non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili», affermò in una occasione, parole che descrivono una vita. Ripensando alla figura del magistrato siciliano, Papa Francesco ribadì che resta un esempio «non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni».

"CONTRO LA GIUSTIZIA LASSISTA"

In base alla sentenza che ha condannato al carcere a vita sicari e mandanti, Livatino, beatificato lo scorso 9 maggio, è stato ammazzato perché «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia».

"MAFIOSI CONVERTITEVI!"

Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che definì «martire della giustizia e indirettamente della fede», quando da Agrigento il 9 maggio del 1993, aggrappato al Crocifisso, lanciò il suo grido di pastore e profeta, in un contesto dilaniato dalle stragi e dalle faide di mafia e caratterizzato da posizioni ancora troppo timide da parte delle istituzioni, Chiesa compresa.

"PICCIO', CHE COSA VI HO FATTO?"

Per don Giuseppe Livatino, primo postulatore del processo di beatificazione nella Diocesi di Agrigento, apparve «subito chiaro che la storia e il miracolo di Rosario Livatino non rispondevano al cliché del 'giudice ragazzino' che va incontro alla morte senza sapere e capire». Livatino affronta «il sacrificio supremo nella piena consapevolezza perché erano già chiare le indiscrezioni che circolavano nell’estate del 1990». Il sacerdote richiama soprattutto due episodi: «L'ultima frase, prima del colpo di grazia, guardando in faccia gli assassini che lo avevano inseguito: 'Piccio', che cosa vi ho fatto?'. Li richiama. Aziona l’arma del dialogo. Lascia un quesito che germoglia e lentamente porterà chi spara a pentirsi». E ancora: «Nel corso di un regolamento di conti, un boss mafioso viene colpito a morte. A un ufficiale dei carabinieri tutto soddisfatto e gongolante accanto a quel corpo senza vita, Livatino dice: 'Di fronte alla morte chi ha fede, prega; chi non ce l’ha, tace!'».

 

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