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SICILIANITA'

La 'nciuria, soprannome più vero del nome. Il "censimento" del dialettologo Ruffino

di
Una vera e propria "mappa" che racconta e spiega anche la storia delle comunità
Giovanni Ruffino, Sicilia, Cultura
La "nciuria" più famosa: Malavoglia. dal film "La terra trema di Visconti, ispirato a Verga

C’è ‘nciuria e inciuria, ma la ‘nciuria siciliana è ‘natra cosa» diceva Renzino Barbera, vero e autentico poeta della sicilianità perduta. Specialmente nella letteratura la fabbrica delle ‘nciurie (soprannomi) è sempre stata attiva e fiorente, nell’isola di Pirandello e Sciascia. Proprio quest’ultimo, nel romanzo “Il giorno della civetta” ha messo in bocca al capitano Bellodi una frase emblematica, riguardo ai soprannomi: «Ci sono ingiurie che colgono i caratteri o i difetti fisici di un individuo, e altre che invece colgono i caratteri morali; altre ancora che si riferiscono a un particolare avvenimento o episodio. E ci sono poi le ingiurie ereditate, estese a tutta una famiglia; e si trovano anche sulle mappe del catasto».

Esempi del passato

In passato significativi esempi sull’uso dei soprannomi sono venuti da scrittori famosi; capiscuola della narrativa, a cominciare da Giovanni Verga che in “Rosso Malpelo” lega la ‘nciùria del protagonista del racconto al pregiudizio secondo cui chi ha i capelli rossi sarebbe “malvagio”. Lo stesso Verga, in una lettera scritta a Luigi Capuana, nel 1878, chiedeva aiuto nella ricerca del soprannome per il romanzo che poi sarebbe diventato un classico, I Malavoglia: «A proposito, mi hai trovato una ‘ngiuria che si adatti al mio titolo? Che ti sembra I Malavoglia? ». In quel romanzo Verga scrisse che il cognome vero della famiglia era Toscano, ma tenne a chiarire: «Questo non voleva dire nulla, poiché da che mondo era mondo […] li avevano conosciuti per Malavoglia».

Un feel rouge mai  interrotto

Il file rouge della ‘nciuria, nel lessico degli scrittori siciliani, non si è mai interrotto. Giuseppe Bonaviri nel romanzo “Il fiume di pietra” scrive: «Quant’è vero che m'ingiuriate col nome di Pelonero…», e Andrea Camilleri in “Un filo di fumo” precisa: «Don Gerlando che era 'ngiuriato come "u grecu...».
Ai soprannomi hanno attinto tutti i grandi della letteratura siciliana, contribuendo ad elevare la ’ngiuria a genere letterario, o quantomeno a tradizione, che oggi – rischiando di scomparire, con lo spopolamento dei “paesi anima” – merita di essere salvata.

Giovanni Ruffino e il suo lavoro "enorme"

Ha proprio questo scopo “salvifico” il monumentale volume “La Sicilia dei soprannomi” di Giovanni Ruffino (Centro studi filosofici e linguistici siciliani, Università di Palermo, 1074 pagine) famoso dialettologo che col gruppo di ricerca dell’Atlante Linguistico della Sicilia ha censito meticolosamente i più frequenti soprannomi, paese per paese, disegnando una “grande mappa” delle ‘ngiurie attraverso le comunità che le hanno coniate. Un lavoro enorme, una fatica titanica, che conclude una vicenda editoriale iniziata negli anni Ottanta con la pregevole – ancorché limitata – raccolta dei soprannomi siciliani di Gerhard Rohlfs, glottologo tedesco dell’Università di Tubinga padre linguistico del greco parlato nella Calabria meridionale e nel Salento.

Rohlfs aveva annotato a mano su piccole schede, cognomi e soprannomi siciliani che poi furono raccolti in due volumi; in pratica quegli appunti annotati su foglietti sparsi aprirono i nuovi fronti della ricerca onomastica in Sicilia ora completata da Ruffino, che dice: «Col nostro lavoro si salda un debito di riconoscenza nei confronti di Gerhard Rohlfs, indimenticato maestro». Ruffino, la Sicilia, col gruppo di ricercatori dell’Atlante Linguistico, l’ha percorsa palmo a palmo: «Abbiamo compilato tutte le schede dei soprannomi integrandole e correggendole sul campo, e avuto conferma che l’attribuzione dei soprannomi obbedisce a modelli culturali, oltre che linguistici, espressi da rapporti sociali in costante evoluzione dalle comunità arcaiche alla società post moderna».

Il primato del soprannome

Soprattutto nelle più piccole comunità dell’isola (ma la stessa cosa accade anche nelle comunità calabresi) – è testimoniato nelle interviste realizzate sul campo. Un’anziana donna di Bompietro, piccolo centro delle Madonie, spiega: «S’un ci dicu dunni sta Turiddu Gadduzzu um mu dicinu Calabresi dunni sta» (Se non gli dico dove abita Turiddu Guadduzzu non me lo dicono dove abita Calabrese).

I percorsi di soprannominazione hanno diramazioni infinite

Ci sono ’ngiurie utili per identificare una persona e ci sono ’ngiurie per esempio attivate negli uffici dell’anagrafe, che diventano cognomi (nel caso di paternità incerte) coniati dagli impulsi dell’impiegato, magari per divertimento. A volte i soprannomi/cognomi sono chiaramente offensivi: citrolu, cucuzza, zuccu, o descrittivi della presunta personalità dell’individuo: caddozzu, crozza, cudduruni. Alcuni, si riferiscono a caratteristiche fisiche: tignusu (calvo) e altre invece alludono al carattere personale: ammuccalapuni, o alla provenienza geografica, buddaci (messinese). Interessanti le ‘ngiùrie che si rifanno a mestieri, alcuni ormai scomparsi: uttaru, chi costruisce le botti, e si capisce (senza traduzone) il significato di tammurinaru e firraru. Anche le famiglie mafiose hanno i loro soprannomi: scannacristiani era quello assunto al momento dell’ingresso in Cosa Nostra dal tristemente famoso Salvatore Brusca.

La ’ngiuria appartiene all’universo fantastico del dialetto siciliano, lingua con cui si sono scritte poesie, cunti, racconti e che molti hanno imparato, prima dell’italiano, nell’infanzia, ascoltando, come dice la scrittrice Giuseppina Torregrossa, tutte quelle parole che terminavano in uzzu e uzza come picciridduzzu, picciridduzza

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