Sabato, 18 Settembre 2021
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Coronavirus, Pomara: il dato epidemiologico è "schizofrenico" e annacquato dai test rapidi

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«Il dato epidemiologico siciliano mi sembra assolutamente in linea con quello nazionale cioè un dato schizofrenico, annacquato da una valutazione non sempre coerente dei tamponi da quando si è introdotta anche la valutazione dei test antigenici rapidi». È l’analisi del prof. Cristoforo Pomara, Direttore dell’Istituto di Medicina legale del Policlinico di Catania (il più giovane professore Ordinario di Medicina legale in Italia) ed ex componente del Comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid-19 in Sicilia.
«Questi test antigenici rapidi ovviamente – ha proseguito Pomara – sono un’eccezionale risorsa, ma se usati in un contesto diverso da quello dello screening di massa, perché hanno chiaramente tempi di conferma diversi da quelli che sono poi i tempi dell'analisi e del dato quotidiano. Quindi di fatto siamo passati, per esempio, da un indice Rt del 12,5% a livello nazionale a un 5,5% con l'istruzione dei tamponi rapidi. Non è scientificamente una statistica credibile questa, ed è una scelta assolutamente politica. A me, però, non preoccupa il numero dei positivi che è annacquato in tutta Italia, ma la valutazione che si fa nella resistenza del Sistema Sanitario Nazionale, e a cascata di quelli regionali, basata sull'implementazione dei numeri di posti letto, quasi che valesse il rapporto 1:1. Non è così. Si possono raddoppiare o triplicare i posti malattie infettive e in rianimazione, ma non per questo avere il personale che proporzionalmente potrà garantire un'assistenza qualificata ai degenti, e questo ovviamente implica una mortalità che non mi smentisce. Purtroppo in Italia è elevatissima, non soltanto in Sicilia. In Italia il dato elevatissimo è di quasi 90 mila morti, che significa più del cubo del risultato che abbiamo avuto nella prima fase di gestione della malattia nella quale i sistemi sanitari erano quelli che avevamo, e quindi con i numeri che ci trovavamo dalle gestioni demenziali del passato, ma che hanno retto perché ovviamente si è drasticamente riusciti ad abbassare la curva di contagio con un lockdown totale».

Quindi ora sarebbe preferibile un lockdown totale?

«Anche questa è una scelta politica. Certamente è noto che nel resto d'Europa la scelta è lockdown sì. Penso alla Germania, ad Israele per andare fuori dall'Europa, penso cioè a tutti quegli stati che vogliono raffreddare la curva e nello stesso tempo portare avanti una campagna vaccinale. E questo è l'altro tema di novità cioè noi, con questo sistema di arlecchiniana memoria, di questi cangianti colori, siamo convinti di poter gestire una campagna vaccinale? Io ho qualche dubbio anche perché, se io come Stato decido di ancorare la mia policy a una variazione cromatica interregionale e intraregionale, dovrei a livello centrale riuscire a garantire la catena di controlli che facciano mantenere questi livelli di sicurezza che si accoppiano ai colori. E così mi pare non è nel senso che quando siamo stati in zona rossa è stato un lockdown blando con una mobilità assolutamente non ridotta se non per il fatto che ulteriormente si è sempre mortificati le scuole, che senza dubbio era necessario mortificare. Ma a questo punto mi chiedo se tutti dobbiamo andare appresso a questo cromatismo schizofrenico nel quale si ha un cambiamento a 15 giorni, visto che gli effetti sono visibili al 21esimo. In certe decisioni non ci trovo più nulla di scientifico. Ma il tema è: in Italia vogliamo continuare a dirci che i posti letto corrispondono alla capacità di risposta del sistema sanitario nazionale? Rispondono alla mia domanda i numeri: 90.000 morti. La Merkel ha dichiarato che la Germania, che ha qualche milioncino in più di abitanti rispetto alla nostra nazione, non può tollerare 500 morti al giorno. L’Italia si».

In questo periodo di coronavirus lei si è anche battuto per non bloccare gli esami autoptici che potrebbero portare utili informazioni alla ricerca scientifica. Ora qual è la situazione?

Dopo questa battaglia scientifica combattuta a livello internazionale, siano riusciti in una settimana a bloccare questo scempio. L’autopsia è il gold standard, tutt'oggi, nell’accertamento della causa di morte. Se si incominciano a studiare le cause dei decessi, i risultati potranno essere di valido ausilio ai clinici, ed è quello che è successo quando si è dimostrato che gran parte della problematica poteva essere correlata a un problema anche tromboembolico e si incominciò con il trattamento dell’eparina. Però a tutt'oggi dodici mesi di conoscenza di una patologia sono assolutamente insufficienti per arrivare a un protocollo terapeutico univoco, il che significa e dimostra - ancora una volta - che di autopsia ce n’è bisogno».

Il problema era la sicurezza?

«Un falso problema chiarito finalmente da questa circolare del ministero che, speriamo sia la definitiva, nella quale non si fa altro che richiamare le leggi dello Stato italiano che esistevano, come il DPCM sulla sicurezza dei luoghi sul lavoro, il quale prevede - per l'appunto - che nei casi di autopsie con rischio biologico elevato ci fossero delle accortezze da seguire. Infatti, ci sono patologie molto più pericolose del Covid come l’HIV, l’Epatite, la cosi detta “mucca pazza”, che sono sicuramente molto più pericolose del Covid, che rappresenta una patologia che si trasmette attraverso le vie respiratorie. Col mio gruppo, avendo eseguito oltre 70 autopsie, e avendo collezionato anche autopsie che provengono da tutta Italia, stiamo dimostrando scientificamente che eseguire un'autopsia Covid, con le dovute cautele, è assolutamente una procedura da ritenere tranquilla e serena come tutte le altre che sempre abbiamo affrontato. Ma c’è di più. Chi meglio del Medico legale è preparato ad affrontare questo tipo di previsioni? Rispetto all’anatomopatologo io non ho sempre contezza dei morti che ho davanti. Non a caso, quando il resto d’Italia scopriva le tute protettive e le mascherine FPP2, nel mio istituto erano in uso da tre anni, ho da sempre voluto la fornitura di tutti questi mezzi di sicurezza. C’è chi ha introdotto la novità delle sale autoptiche a pressione negativa. È un ulteriore passo che - però - non introduce nulla di nuovo, perché già dal 2008 - nella successiva conferenza Stato-Regioni ribadita nel 2017 - era stata confermata la cautela da tenere nelle autopsie a rischio biologico. Quindi anche questo falso mito va sfatato. Poi mi sembra improponibile fare un'analisi sulle strutture che sono dotate di sala settoria di ultima generazione. Non avevamo posti in rianimazione, come si poteva immaginare che le strutture potessero avere l'accortezza di dotare i propri policlinici o i propri ospedali di sale settore di ultima generazione?».

E per quanto riguarda la struttura che dirige?

«Per quanto riguarda il Policlinico di Catania, siamo in grado di eseguire contemporaneamente fino a 6 autopsie Covid o ad alto rischio infettivo. Quindi significa che, se dovessi fare due sedute e avessi il personale, ne potrei eseguire 12 al giorno, numeri paragonabili al Medical Examiner di New York. Adesso, da oltre 15 giorni, abbiamo attivato anche una TAC spirale multistrato dedicata. Oggi posso fornire dei dati scientifici i quali dicono che nei corpi certamente vi è traccia del RNA virale. Attenzione, non significa che c’è il virus. Significa che possiamo capire se una persona, anche dopo diversi mesi, è entrato in contatto con il virus. Inoltre, una sala settoria correttamente gestita diventa un ambiente assolutamente sicuro. Anche perché non è dimostrabile che il virus viva dopo la morte. Anzi, è l’esatto contrario. Per quanto riguarda il meridione e la Sicilia, abbiamo un grossismo vanto che è quello di avere creato un ospedale nuovissimo, il San Marco, non a caso trasformato in ospedale Covid, nel quale abbiamo sale settorie di ultimissima generazione, avendoci peraltro l’Assessorato, e questo lo ha fatto anche a Messina, dotato di camere sterili di altissimo livello biocontenitivo, dove si possono effettuare autopsie di natura infettivologica in massima sicurezza. Poi ci siamo dotati di attrezzature all’avanguardia, con le quali forniamo correntemente all’Autorità Giudiziaria prestazioni di alta specializzazione a supporto delle indagini. Si passa dai più sofisticati sistemi di rilievo fotografico digitale, all’utilizzo di Scan Laser 3D, uno scanner di ultima generazione che permette di fissare la scena del crimine, rilevando su piattaforma tridimensionale l’ambiente oggetto dell’indagine con precisione millimetrica, permettendo di acquisire elementi tecnici preziosi per le indagini, che tale strumentazione rende per sempre consultabili, garantendo, in un certo senso, una sorta ripetibilità di attività definite “non ripetibili”. Ambienti esterni ed interni che, oltre che “fissati” su supporto digitale, possono essere analizzati con luci forensi di ultima generazione. Inoltre, in Istituto sono attivi sia un laboratorio di microscopia all’avanguardia per l’interpretazione del dato istopatologico, che una sezione di antropologia fisica forense, coadiuvata dal Prof. Dario Piombino Mascali, dell’Università di Vilnius. Perché tutto ciò funzioni, è fondamentale che gli operatori posseggano elevato profilo tecnico scientifico e siano capaci di una solida metodologia operativa, quindi assolutamente avvezzi alla pratica autoptica ed alle attività correlate. Non mancano le eccellenze, perché questo è un paese pronto a dare il suo contributo anche da questo punto di vista».

Qual è il suo auspicio?

«L'auspicio è che, nello spendere risorse per implementare il Sistema Sanitario Nazionale, vengano messe a norma tutte le altre sedi ospedaliere e universitarie in cui non ci sono queste sale autopsie di ultima generazione, visto che stiamo parlando pochi spiccioli rispetto a quello che si spende nell'ordinario per il Covid-19. Uno sforzo culturale difficile forse a chiedersi a un governo politico e più facile a un governo tecnico. Perché oggi il problema che abbiamo si chiama Covid, domani non sappiamo come si potrà chiamare».

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