Domenica, 03 Luglio 2022
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Agamennone a Siracusa, un "prequel" di grande bellezza FOTO-VIDEO

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La prima cosa che facciamo è cercarci nello specchio: noi spettatori, convocati come sempre ma stavolta più che mai sulla scena di “Agamennone” diretto da Davide Livermore, che ha aperto al teatro greco di Siracusa la 57. stagione di rappresentazioni classiche organizzate dalla Fondazione Inda, vera “edizione della rinascita” dopo due anni di pandemia.

Ci specchiamo al nostro arrivo al teatro, mentre la cavea lentamente si riempie – tutta, finalmente – e il colossale specchio, 27 metri, montato nel fondo della scena ci restituisce il nostro stesso sguardo, riflette noi e la scena ancora vuota, ci chiude in una circolarità e assieme ci moltiplica all’infinito. Ma subito è l’altro cerchio ad attrarci, la “sfera magica-stargate-occhio di Sauron-Porta della Luna”, il ledwall che incombe al centro, pianeta collassato, buco nero e assieme occhio, onfalos, centro di prodigiose visioni che accompagneranno ciò che accade in scena (la farfalla-anima, psyché, che palpita e i fuochi della guerra, il volo di corvi e la pupilla straziata della veggente che non può fermare il destino), già in “Coefore-Eumenidi” firmata nel 2021 dallo stesso regista, che quest’anno completa, all’indietro, la trilogia eschilea.

E poiché il tema – la “firma” – è il doppio, quest’anno c’è un altro “stargate-ledwall” a terra, e diviene di volta in volta spazio d’un altrove che può essere uno specchio d’acqua, una lastra di vetro, il piedistallo su cui il condottiero vittorioso parla alla folla plaudente, il chiuso della reggia dove si compiranno gli omicidi (le scene sono di Livermore e Lorenzo Russo Rainaldi).

In questo gioco raffinato di sguardi e riflessi e rimandi, come abbiamo imparato bene da Livermore, si compie quello che era il “prequel” di “Coefore Eumenidi”, il racconto di quel mondo che avevamo visto in pezzi e sotto un ordine forzato e violento che doveva tenere assieme il palazzo imploso di Argo dopo l’assassinio di Agamennone, trionfatore e distruttore di Troia.

Perché non c’è bene che attenda il re acheo al suo ritorno in patria: c’è il piano omicida della regina Clitennestra, la “signora dal cuore di uomo” (e no, non è un complimento, per Eschilo) che ha governato in sua assenza e nutrito ogni giorno pensieri di vendetta. La ragione la vediamo subito tutti, è nella bambina morta – le occhiaie da zombie, l’abitino da fantasma dei b-movie – , Ifigenia, sacrificata dal padre per consentire la partenza alle truppe achee, che ha disseminato la scena con le sue barchette di carta, che continua a girellare nel palazzo, a sporgersi sul “buco nero”, testarda come ogni infestazione, vivida, onnipresente e non esorcizzabile come tutte le vittime non vendicate.

Sarà lei a scivolare – silenziosa, invisibile a tutti tranne che a noi, pubblico onnisciente, selva d’occhi raddoppiata dallo specchio, e alla veggente Cassandra – tra il padre e la madre, a porgere il coltello perché si compia la vendetta e si chiuda un cerchio ma per aprirne un altro, e un altro ancora. Solo la Giustizia codificata – nel resto della trilogia – potrà comporre e fermare con un verdetto la catena del sangue che chiama sangue, la spirale delle vendette come chiedono le Erinni: ecco la doverosa premessa alla “tragedia della Giustizia”, «idea fondamentale – scrive Livermore nelle note di regia – attorno alla quale gira tutta la storia dell’uomo».

Riecco dunque la reggia, luogo asfittico congelato nell’attesa di notizie da Troia, il palazzo come cronicario dei reduci – i Vecchi Argivi sono soldati decrepiti, in sedia a rotelle e senza voce (viene loro letteralmente strozzata in gola), gestiti da infermiere manesche, medici fatui e una direttrice-corifea d’implacabile durezza (la bravissima Gaia Aprea, faccia algida e severa della violenza), con costumi (di Gianluca Falaschi) che ci riportano a un altro “tempo sospeso”: gli anni 30 del Novecento, tempo fosco che preparava tirannidi e altri bagni di sangue – dove Clitennestra (Laura Marinoni conferma la magistrale prova dello scorso anno, dà alla regina ferita forza e pienezza, la colma di limpidissimo odio, conferisce alla sua doppiezza una lucentezza straordinaria) prepara la “sua” accoglienza.

E la prima fiamma in scena la porta proprio il fantasma d’Ifigenia: dal fuoco lontano dei falò che segnalano la vittoria degli Achei su Troia (ce la racconta Olivia Manescalchi nei panni del Messaggero: ma non narra imprese e trionfi, come segnala nella sua pregevolissima nota il traduttore Walter Lapini, semmai la guerra antieroica e miserabile dei soldati, tra gelo, afa e insetti, quella che Eschilo stesso aveva vissuto, “dal basso”) si dipana la tragedia inevitabile del vincitore già vinto, perché il male lo attende sulla soglia di casa. Un male antico, che Cassandra, profetessa e principessa bottino di guerra (grandiosa Linda Gennari, trafitta dal potere che possiede, sconfitta dal dio che pure serve), riconosce subito: per il suo sguardo veggente la reggia “è un lago di sangue”, e lo spettro di Ifigenia presenza reale.

Agamennone (Sax Nicosia modella la giusta superficie al sovrano chiuso nel suo potere risonante e cieco) sbarca e celebra una vittoria da filmato dell’Istituto Luce, calpesta un red-carpet di porpora voluto dalla consorte, ora in abito rosso squillante che è solo l’annuncio del sangue che verrà (e fa pensare alle vocali-colori di Rimbaud: «Rosso, porpora, rigurgito di sangue, labbra belle che ridono di collera, di ebbrezza penitente»), tornerà a sommergere il palazzo, senza fine. Ma non c’è giustizia e non c’è bene, nella vendetta: lo vediamo in Egisto, l’amante-servo di Clitennestra (Stefano Santospago ne ne mette in scena l’inconsistenza, la iattante vigliaccheria), nel suo inutile accanirsi (quante volte spara la sua pistola su chi è già morto?). Prepara il regno violento a cui le Eumenidi dovranno mostrare la svolta (e il 9 luglio la trilogia andrà in scena per intero: un’autentica chicca da non perdere).

Livermore, come sempre, è bravissimo a suscitare e allineare immaginario: idee, suggestioni, archetipi del cinema e del melodramma. E a restituirci la tragedia come quella «macchina globale di spettacolo» che era (e sì, questa si chiama «filologia»). Col fiato in gola si segue la vicenda che pure già conosciamo, fino all’ultimo verso, all’ultimo colpo di pistola, all’ultimo passaggio di fiamme e sangue e uccelli neri nell’ “occhio-led” (contrappunto magnifico, alla prima, un volo di fenicotteri, momento-Sorrentino voluto dagli dei del colle Temenite...).

Dopo tutto uno spettacolo tessuto su “musica di sintesi” (opera di Mario Conte, tra campionamenti, frammenti, suoni dal web, Bach e la dodecafonia) che non “accompagna” ma crea tensione, prodotta in scena da due pianisti (ma i pianoforti a coda sono... citazioni elettroniche), il congedo degli attori è sulle note d’un brano trip hop anni Novanta, “Glory Box” dei Portishead: lì diventiamo platea da concerto, con tanto di cellulari accesi che si specchiano nella scena dipinta di sangue. Sì, siamo sempre noi, la razza umana che si nutre di violenza e di catarsi, di guerra (come non sobbalzare, in questi giorni, a ogni citazione?) e di poesia, di «gioie violente che devono avere una fine violenta» e di bellezza che, nei millenni, ci ripara e ci consola.

Si replica fino al 3 luglio

Agamennone è una coproduzione con il Teatro Nazionale di Genova. Nel cast anche Diego Mingolla e Stefania Visalli (Musici), Maria Grazia Solano (Sentinella), Maria Laila Fernandez, Alice Giroldini, Marcello Gravina, Turi Moricca, Valentina Virando (Coro), Carlotta Maria Messina e Mariachiara Signorello (spettro di Ifigenia), Tonino Bellomo, Edoardo Lombardo e Massimo Marchese (Vecchi argivi), Margherita Vatti (Elettra bambina), Giuseppe Fusciello (Oreste bambino). Il disegno luci di Antonio Castro, video design D-Wok, regista assistente Giancarlo JudicaCordiglia. Fino al 3 luglio.

© Riproduzione riservata

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