Mercoledì, 17 Agosto 2022
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Terza tragedia per l'Inda a Siracusa, firmata Gassmann: siamo tutti Ifigenia e Oreste

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Grande è la confusione sotto il cielo, e forse non è un male per noi uomini e donne. Grande è la confusione se la vittima di un cruento sacrificio umano è ancora, miracolosamente, viva, e fa la sacerdotessa d’altri cruenti sacrifici umani. Se nel suo cuore si alternano il rimpianto e l’odio, e la sua salvezza tutto pare meno che un sollievo e un premio. Se il fratello si ricongiunge a lei senza saperlo: un colpevole assolto, ma ancora perseguitato, a inseguire l’oscuro volere degli dei in giro per mari e terre. Se i barbari hanno orrore degli atti barbarici e si rivelano assai più miti e meno feroci dei non-barbari. Nulla è come appare, o meglio tutto è come appare di volta in volta, mutevole e cangiante come il riflesso dell’acqua. O la parola.

Ed eccola, dunque, la strana «Ifigenia in Tauride», terzo appuntamento col ciclo classico dell’Inda a Siracusa, tragedia di Euripide (tra le meno rappresentate) presa anch’essa nel gioco dell’apparire altro da sé, dunque ai confini con l’ironia della commedia, con l’avventuroso del romanzo. Un apparire, trascolorare, contraddire che il regista Jacopo Gassmann, alla sua prima volta nella cavea siracusana, cerca di far esplodere confezionando in realtà uno spettacolo più classico che sovversivo, con una patina d’eleganza formale sotto cui si agita – non sempre riuscendo a manifestarsi, a tradursi in piena emozione – una materia freudiana, polimorfa, perturbante, e che muta esso stesso forma, fino a farsi citazione di se stesso, metaspettacolo che si auto osserva mentre si va facendo.

La scena evoca quasi un moderno museo, con una quinta-monolite (di volta in volta schermo e porta e confine) e teche trasparenti che custodiscono oggetti-simbolo (scheletri e coppe, pugnali e una testa di toro, carne d’agnello e una nave, ma prima fra tutti, sul limitare della scena, offerta subito allo sguardo del pubblico, la cerva, quella in cui Artemide ha mutato il corpo sacrificale di Ifigenia, trasportando la fanciulla molto lontano, nella plaga “barbarica” dei Tauri, l’odierna Crimea che oggi è terra d’un altro sofferto confine, tra la pace e la guerra, tra la moderna definizione di civiltà e di barbarie), quasi che la trama fosse ulteriormente spezzettata e citata, messa sotto vetro e offerta in lacerti, frammenti, reperti allo sguardo dei visitatori-spettatori, allo sguardo degli stessi attori in scena, ai quali si chiede un percorso per uscire da sé che li condurrà, nel finale, a farsi spettatori di cinema, sprofondati nelle poltroncine rosse, poco distanti dal red carpet in cui è appena sfilato il coro (le schiave greche, nelle loro evocative “danze immobili”, proiezione e assieme contraltare di Ifigenia).

Nell’agilissima e densa traduzione di Giorgio Ieranò (le traduzioni sono le miniere del testo), “Ifigenia” è tragedia dell’intelletto, e intellettualisticamente destrutturata-ricostruita da Gassmann (con le scene di Gregorio Zurla; i bei costumi che dividono il mondo tra sacerdotesse, viaggiatori e autoctoni bovari, di Gianluca Sbicca; il disegno delle luci di Gianni Staropoli, particolarmente convincente nel declinare la luce declinante di quel luogo di confini che è il Teatro siracusano; i contributi video, che avrebbero potuto osare di più, di Daniele Spanò e Luca Brinchi, per lo più sequenze liquide e magmatiche che citano l’acqua del piccolo specchio quadrato in scena così come l’onda dell’inconscio collettivo, ma vedremo anche un Tiepolo e un impressionista, come controcampo visivo e concettuale della scena; il convincente progetto sonoro di GUP Alcaro, che sottrae suono invece di aggiungerlo, introduce quella “foschia acustica” che contribuisce al clima sospeso della scena).

Ifigenia da subito ci introduce nel gioco delle contraddizioni: gli dei sono assieme interventisti e assenti, muti e sonanti (sul finale, la voce di Atena che legge le sue stesse parole proiettate nella quinta-schermo-parete ristabilisce un ordine che ordine non è, un “salvi tutti” che rimescola ulteriormente le carte, diventa punto di fuga dei protagonisti e del tragico), come la parola che tutto muta e tutto ordisce, perché la verità è costruzione, e per sua natura fragile e mutevole.

Alla parola – avventurosa, causidica – è affidato il delizioso “riconoscimento” (l’anagnorisis, irresistibile meccanismo di cui Euripide nell’Elena diceva che «riconoscersi è un dio», e gli spettatori confermano) tra i fratelli, estremi sopravvissuti della tragica famiglia dell’Atride Agamennone: la brava e generosa protagonista Anna Della Rosa (dal primo ingresso in scena – in bianco, con una maschera arcaica d’animale che cita i culti profondi, ferini da cui nasce la luminosa civiltà olimpica – pronta a condurci in tutte le capriole del cuore e della ragione di Ifigenia, sacerdotessa d’un culto che sembra opposto alla filoxenia dei Greci, e comporta l’uccisione rituale dello straniero, colei che di se stessa parla come se fosse morta, sacrificata davvero al posto della cerva, perché comunque quella che ha subito è una morte, una cancellazione che ancora la agita, la ricolma di odio e desiderio di vendetta contro i Greci eppure di rimpianto), Ivan Alovisio che incarna un Oreste continuamente acceso, talora sopra le righe, in duetto perpetuo col gemello diverso Pilade (Massimo Nicolini).

La parola si fa corpo e segno e storia di se stessa nella quinta-schermo: ne scorriamo l’evoluzione, dalla tavoletta incisa al manoscritto, al copione elettronico. La parola, dopotutto, per i Greci divideva se stessi dai barbari (bar-bar è il verso di chi non articola il greco…), eppure la parola ci consegna, sul finale, un re dei Tauri Toante sommesso e ragionevole, tutt’altro che barbarico (l’elegante Stefano Santospago).

La parola non ci salva e non ci ripara, anzi ci confonde e ci rimescola, ci spalanca l’abisso del doppio, ma ci serve a porre l’eterna questione su cosa sia a muovere i nostri destini, e la risposta azzardata verso cui corre tutta la rappresentazione forse non ci basta: siamo noi gli attori del nostro destino, guardiamoci in scena e, se possiamo, facciamoci un applauso. Applausi veri, coi giovani – bella conferma, ogni sera, delle scelte intelligenti dell’Inda – assai coinvolti e partecipi, specie sul finale, pure stavolta, dopo l’Agamennone, affidato a una canzone rock, «Rock bottom riser» di Bill Callahan, che trascina anche la cavea, da ultimo, nel gioco di trasformazioni. Siamo tutti Ifigenia e Oreste.

Nel cast, giovane e centrato, anche Alessio Esposito (bovaro), Rosario Tedesco (il messaggero che dà corpo agli accenti comici), le bravissime coreute Anna Charlotte Barbera, Luisa Borini, Gloria Carovana, Brigida Cesareo, Roberta Crivelli, Caterina Filograno, Leda Kreider, Marta Cortellazzo Wiel, Giulia Mazzarino, Daniela Vitale (maestro del coro è Bruno De Franceschi, i movimenti di Marco Angelilli); nell’esercito dei Tauri Guido Bison, Gabriele Crisafulli, Domenico Lamparelli, Matteo Magatti, Jacopo Sarotti, Damiano Venuto.

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