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Segesta s'è desta. E detta il modello d'uso dei teatri antichi in Sicilia

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È solo un (brutto) ricordo il cannone di Varotsos che puntava dritto al Tempio. È avvenuto qualcosa di “alto” al Teatro Antico del Parco Archeologico di Segesta. Il primo agosto si è aperta la nuova stagione del “Segesta teatro festival” offrendo una bella prova di come debba leggersi l’art.106 del Codice dei Beni Culturali: assicurare la compatibilità della destinazione d’uso con il carattere storico-artistico di un bene archeologico non significa proporre solo rappresentazioni classiche in un teatro antico. Significa anche, come in questo caso, condurre lo spettatore in un viaggio sonoro dalle musicalità indiane alle note barocche, dalle armonie jazz alla musica rinascimentale, nel pieno rispetto dei valori conservativi del monumento antico e delle sue fragili pietre.

Niente decibel sopra le righe, la cantante tedesca Anna-Maria Hefele si concentra su suoni armonici naturali, che innescano sensazioni estatiche nel pubblico che le percepisce. Con lei il quartetto The European Resonance Ensemble ha interpretato il messaggio culturale più autentico che questa terra di Sicilia ci ha lasciato: l’arricchimento spirituale ed etico da sempre nella storia è stato generato dall’incontro tra popoli e culture diverse.
Si tratta, anche, di scelte coraggiose al botteghino. Basta confrontare le file degli spettatori in attesa per le Supplici di Euripide, andate in scena il 5 e 6 agosto, con quelli che sono riusciti ad occupare nemmeno tutto il settore centrale del teatro per l’evento d’inaugurazione. Forse, l’ansia da sold out riesce a risparmiare questi luoghi dalla cultura millenaria. Sarà anche merito di una direzione pubblica che non si fa incantare dalle sirene del mercato. A capo del Parco da giugno c’è Luigi Biondo, che ha anche inaugurato la nuova biglietteria e una nuova fase di attenzione al visitatore: la sala d’attesa, dal design minimalista, si inserisce con discrezione nel contesto, grazie anche al materiale compatibile scelto, il legno.

Dal teatro al tempio. Se il “tubo” che offendeva il monumento è stato spostato grazie a Sgarbi, a restare in eredità alla prossima legislatura è, invece, l’“editto di Segesta”. Così avevamo ribattezzato su queste colonne la lettera d’indirizzo dell’Assessore Samonà ai direttori con cui si è colto il pretesto per consentire all’organo politico di entrare ulteriormente a gamba tesa in decisioni che dovrebbero spettare solo ai “tecnici”. E così, con buona pace della separazione tra ambito amministrativo e politico, che dalla legge Bassanini in poi dovrebbe essere un principio giuridico assodato del nostro ordinamento, l’autorizzazione finale non spetta più ai direttori, ma all’assessore in persona. È il fallimento di una politica che dovrebbe dettare a monte chiari e univoci indirizzi per il nostro patrimonio.

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