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Mafia: i "buchi" del 41 bis e l'avvocata, i segreti della rete di Messina Denaro

I "buchi" del 41 bis, la pax tra Cosa nostra e la rinata Stidda nel nome degli affari e della strategia di inabissamento. La rete di complicità, gli amici americani e il padrino di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro. Ingredienti della nuova operazione del Ros dei carabinieri. Ci sono sei capimafia, compreso Giuseppe Falsone, boss di Agrigento - epicentro del blitz - tre esponenti della Stidda, due delle forze dell’ordine - un ispettore e un assistente capo della polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio - un’avvocatessa e persino il padrino latitante Matteo Messina Denaro - che al momento rimane tale - tra i 23 destinatari. con la sua attivissima e influente rete di comunicazione del fermo emesso dalla Dda di Palermo. Nelle rete anche uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, Angelo Gallea, che era in semilibertà e aveva rimesso in piedi la Stidda. Una complessa indagine che ha svelato una volta di più come i boss, anche se ristretti al 41 bis, riescano a comunicare con l’esterno e a riorganizzare i clan.

AVVOCATA-BOSS

Il tramite in questo caso era una penalista dell’Agrigentino, la 50enne Angela Porcello, accusata di associazione mafiosa, divenuta di fatto organizzatrice del mandamento mafioso di Canicattì, che utilizzava il proprio studio legale per i summit. Nel suo studio si sono svolti incontri che hanno riguardato esponenti mafiosi di primo piano quali Luigi Boncori, capo della famiglia mafiosa di Ravanusa, Giuseppe Sicilia, capo della famiglia di Favara, Giovanni Lauria, capo della famiglia mafiosa di Licata, Simone Castello, di Villabate e fedelissimo di Bernardo Provenzano, e Antonino Chiazza, esponente di vertice della rinata Stidda. Il capomafia di Agrigento Falsone, sottoposto al 41 bis, oltre a riuscire a interagire con altri affiliati, anche loro al carcere duro, servendosi del legale, ha veicolato informazioni, mantenendo così la direzione ad Agrigento. Ricostruiti anche i rapporti tra i rappresentanti del mandamento di Canicattì con Agrigento, Trapani, Catania e Palermo, a riprova «di una perdurante unitarietà».

CARCERE DURO MA NON TROPPO. LA PRESENZA E’ POTENZA...

Efficienza e riservatezza per riprendere le fila di una unità strategica: dall’indagine viene fuori la capacità dei vertici di Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Catania e Palermo di mantenere contatti riservati ai fini del mantenimento delle redini nel territorio. Importante, perchè come si sente in una intercettazione, «La presenza è potenza...».

Dalle indagini emerge infatti che Messina Denaro è a tutt'oggi in grado di assumere decisioni delicatissime per gli equilibri di potere in Cosa nostra, nonostante la sua eccezionale capacità di eclissamento e invisibilità che lo rendono ancora imprendibile.

IL MANDANTE DELL’OMICIDIO LIVATINO

Tra i fermati nell’operazione antimafia, due sono stati più volte condannati all’ergastolo per reati di mafia e omicidi. Uno in particolare, Angelo Gallea, è stato condannato quale mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990. Dopo 25 anni di reclusione è stato posto in semilibertà per scontare il residuo di pena. E ha ripreso le sue attività riorganizzando, insieme all’altro ergastolano Santo Gioacchino Rinallo, la Stidda e riannodando contatti e rapporti con gli esponenti di Cosa nostra, tasselli di una pax mafiosa tra le due organizzazioni funzionale agli affari delle cosche sul territorio.

MANI SULL'ORTOFRUTTA, UN PIANO PER UCCIDERE IMPRENDITORI

Significative e pressanti le infiltrazioni di Cosa nostra e della Stidda nelle attività economiche. Particolare rilievo assume il controllo e lo sfruttamento del lucrosissimo settore commerciale delle transazioni per la vendita di uva e di altri prodotti ortofrutticoli della provincia di Agrigento che, oltre a garantire rilevantissime entrate nelle casse delle organizzazioni, permetteva di consolidare il già rilevante controllo del territorio. E’ stato calcolato che la gestione delle mediazione commerciali fruttava il 3% sulle transazione, molti milioni di euro. Un affare gestito da un triumvirato costituito da tre dei fermati di oggi: Giancarlo Buggea, rappresentante del capomafia agrigentino Giuseppe Falsone e compagno dell’avvocata fermata, Giuseppe Giuliana e Luigi Boncori, capo della famiglia di Ravanusa, su mandato di Calogero Di Caro, capo del mandamento. Sventato il progetto di un omicidio organizzato dagli stiddari ai danni di un mediatore e di un imprenditore che non avevano corrisposto parte dei guadagni a titolo estorsivo.

GLI AMICI AMERICANI

Rilevanti i contatti con esponenti della famiglia Gambino di Cosa nostra newyorkese, interessata ad avviare, in base alle indagini, attività di riciclaggio di denaro con Cosa nostra siciliana. E’ venuto fuori anche questo dall’inchiesta coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Calogero Ferrara, Gianluca De Leo e Claudio Camilleri. Una altro colpo alla mafia, ma anche questa operazione conferma che non è finita.

Famiglie mafiose capaci di garantirsi, quando necessario, reciproco appoggio e mutua assistenza. Boss al 41 bis, ma in grado di comunicare tra loro e all’esterno, dunque. I pm parlano di «preoccupanti spazi di gravissima interazione» tra detenuti al 41 bis e l’esterno e tra detenuti e esponenti della polizia penitenziaria. Anche se in procura, a Palermo, si precisa anche che si tratta di episodi ben circoscritti e che non bisogna generalizzare. Resta, però, il fatto accertato di un sistema di carcere duro, ma non troppo. In alcuni casi i locali individuati per i colloqui sarebbero stati talmente stretti da non garantire la presenza (e il controllo) da parte della polizia penitenziaria.

SENTI CHI PARLA, BOSS AL TELEFONO

Ad Agrigento una guardia penitenziaria ha consentito non solo l’accesso, ma anche l’utilizzo di un telefono all’avvocato Angela Porcello, che doveva sostenere un colloquio telefonico con il suo assistito, il boss di Agrigento Falsone, detenuto nel penitenziario di Novara. In un altra occasione, un altro agente di polizia penitenziaria dello stesso carcere, ha chiamato l’avvocatessa-boss, Angela Porcello, per preavvertirla che un suo assistito «l'indomani sarebbe stato trasferito in un altra struttura, via aereo». «Preoccupante» - così si esprimono i pm della Dda di Palermo - lo spazio di manovra che alcuni boss detenuti nel reparto del 41 bis del carcere di Novara. Nello specifico il capomafia di Agrigento, Falsone, il capo mandamento di Trapani e il capo della famiglia di Gela, pur non condividendo lo stesso spazio di socialità, sfruttando queste 'inefficienzè dei controlli, riuscivano ad entrare in contatto, dialogare tra loro e, in alcune occasioni, a scambiarsi informazioni. E inoltre finiscono per condividere anche lo stesso avvocato difensore - sempre Angela Porcello - per usufruire del ruolo di messaggero verso gli altri sodali, liberi e detenuti.

L'ULTIMO PADRINO

Matteo Messina Denaro continua ad essere figura che gode di autorità e prestigio in Cosa nostra. Le cosche agrigentine, oltre a giovarsi di un’attuale e segretissima rete di comunicazione con il boss di Castelvetrano, riconoscono unanimemente in Messina Denaro «l'unico a cui spetta l’ultima parola» in quel contesto territoriale sull'investitura o la revoca di cariche di vertice dell’organizzazione, così come sull'imbastire il tavolo del business con Cosa nostra americana. E’ sempre lui - «U siccu» - che autorizza e deve dare il benestare.

 

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